domenica 29 marzo 2015

A Place To Bury Strangers - Transfixiation (Dead Oceans, 2015) / #review

Ad ascoltarlo attentamente, TRANSFIXIATION - quarto album in studio della band newyorkese - pare dirci che il viaggio sonico degli APTBS ha ormai imboccato il vicolo cieco della ripetizione e del mestiere. Se con il precedente WORSHIP avevano parzialmente virato il timone, rendendo il loro suono più hard e rifinendone le asperità per dar vita a un "classico" di post-punk, noise, shoegaze, violenza e fragilità, con questo nuova prova sembrano aver optato, piuttosto, per un'autocompiacente fedeltà alla linea già tracciata. 

Il rumore, quello di certo non manca ed è ben assortito, ma non ci voleva di certo la palla di vetro per prevedere le chitarre sature e taglienti, la violenza quasi o nulla controllata e la registrazione coi volumi a palla, che sei costretto ad abbassare di due tacche altrimenti ti esplode il cervello. Così come non sono una novità le atmosfere (e le linee di basso) post-punk che strisciano ginocchioni davanti all'altare dei Joy Division, o il noise-pop al quale piace guardarsi le scarpe, derivato dell'amore sconfinato per i Jesus & Mary Chain. Tutto come da contratto, dunque: aggressivo, dolce, impetuoso, rumoroso, anche piuttosto trascinante se volete (We've Come So Far, I'm So Clean, Fill The Void), ma a dir la verità non tanto entusiasmante e a volte persino spaccamaroni (lo sludge con testo idiota di Deeper è l'apice).

Il meglio che si possa chiedere agli APTBS, oggi, è un pezzo come I Will Die, una mazzata di rumore e riverberi in bassa fedeltà, uno scontro incazzoso e irritante tra gli Spacemen 3, i My Blood Valentine e il punk settantasettino. (6 e 1/5)