martedì 20 gennaio 2015

The Folk Notes 2014 / #review #cassettine

È davvero difficile che un artista o una band folk riesca a penetrare il muro di distorsioni ed elettricità che quotidianamente innalzo tra me e il mondo. Non fraintendetemi, di musica folk ne ascolto tantissima (merito di Neil Young e di un caro amico, Andrea, che una dozzina d'anni fa mi introdusse alle sue bellezze), ma raramente un album di tal genere riesce a farmi vibrare tutte le corde giuste e a farmi innamorare: ci sono riusciti, nel corso del tempo e in modo definitivo, il già citato zio Neil, gli altri due zii Bob e Van e, tra i contemporanei, Jason Molina, Micah P. Hinson e Will Oldham. Come potete vedere, è così tanta roba che si può contare sulle dita delle mani.

Le mie classifiche di fine anno sono, solitamente, un concentrato di rock sudicio e cattivo, acido e rumoroso, inframezzate qua e là da cosine più pacate (c'è qualcosa anche quest'anno). E lo stesso vale per tutte le cose che pubblico qua sopra. Questo post, quindi, è per rendere omaggio a quella musica calma e profonda che allieta tante mie serate invernali (come questa), e che tuttavia raramente finisce impressa su queste pagine.

Quella che potete leggere e ascoltare qua sotto è la mia annata folk 2014. Conto, ma non prometto, di riprovarci l'anno prossimo, e magari nel frattempo di provare a ingrandire il tag folk di loud notes

Sun Kil Moon - Benji (Caldo Verde/Vinyl Films): una rivelazione, ma evidentemente solo per me beato ignorante: Mark Kozelek e alcuni suoi sodali, infatti, sono in giro dalla fine degli anni '80, avendo militato nei Red House Painters. Benji è un quasi-concept album sul tema della morte, ispirato e profondo, con una bella voce calda e avvolgente in sovrimpressione, accompagnata spesso e volentieri solo da pizzichi di chitarra acustica e cori (che raggiungono la perfezione in Richard Ramirez Died Today of Natural Causes).
Impreziosiscono l'opera i contributi di Will Oldham ai cori e Steve Shelley alla batteria: avendo letto della presenza dei due - che voi evidentemente conoscete, è per questo che non metto link - mi sono sentito in dovere di arrivare alla fine del disco. Steve, I gotta say thank you, for all you've done for me...

Amen Dunes - Love (Sacred Bones): altra scoperta recentissima condita da amore a prima vista. Tra gli album qui elencati è senza dubbio il mio preferito, quello con cui sono entrato meglio in sintonia, probabilmente per via di quella vena psichedelica tardo 60s e di quella scarna essenza rock: bellissima la ballata per piano e voce di Sixteen, quella per chitarra di Lilac In Hand e i riverberi barrettiani di Rocket Flare. Pollice in alto per questo rovinato artista newyorkese (al secolo Damon MacMahon), che il tempo ce lo preservi in forma smagliante.
(mentre scrivo vengo a sapere che il nostro ha appena dato alle stampe - oggi, per esser precisi - un nuovo EP, Cowboy Worship, accompagnato da Stephen Tanner degli Harvey Milk e Ben Greenberg dei Men).

Micah P. Hinson and The Nothing - s/t (Talitres): un vecchio grande amore, quello per Micah P., rinverdito sulla lunga distanza da questa nuova collezione di canzoni post-traumatica (il nostro è reduce da un incidente d'auto che gli ha paralizzato le braccia per diversi mesi; per i precedenti traumi e i corrispettivi grandissimi dischi, leggetevi questo) tutt'altro che perfetta ma ben più che ascoltabile, tra le quali spiccano il garage di How Are You Just A Dream?, il lamento ispiratissimo di The Same Old Shit e la nenia crepuscolare Sons of The USSR.
(in generale, quello che penso di questo disco e della discografia di Hinson si avvicina molto alla bella recensione-disegno di FF).
(per chi non lo sapesse, la Talitres, la coraggiosa etichetta francese che si è fatta avanti per pubblicare questo nuovo lavoro di Micah, ha anche ristampato su cd e - finalmente - su vinile, il capolavoro del nostro, Micah P. Hinson & The Gospel of Progress).

J Mascis - Tied To A Star (Sub Pop): sarà che mi ci sono abituato, all'idea di ascoltare il vecchio J in versione unplugged (e d'altronde lui, il suo amore per Neil Young non lo aveva mai nascosto), ma questo Tied To A Star è stato uno degli ascolti acustici più piacevoli dell'anno. Mi resta ancora da capire il motivo per cui abbia quasi snobbato il precedente, e tutto sommato simile, Several Shades of Why e mi sia lasciato conquistare da questo qua. Ma forse rimarrà un mistero.
E comunque, Tied To A Star è un disco di belle chitarre (come potevate dubitarne?) e dolci ballate folk notturne dal retrogusto vagamente rock (ascoltate la smielata Wide Awake - con Cat Power come ospite alla voce -, o l'elettrica Trailing Off), condito dall'inconfondibile e a tratti respingente voce di Sir J. Tutto molto prevedibile, certo, ma anche molto bello e confortevole.

Ne ho ascoltati altri, di dischi folk, ma niente che mi abbia impressionato a tal punto da scriverne (a proposito, non chiedetemi cosa ne penso del nuovo disco di zio Neil). Vorrei scrivere due parole sull'ultimo album di Sharon Van Etten, ma lo sto ascoltando da soli giorni e mi par giusto lasciar decantare. Per una trattazione più completa dell'argomento vi consiglio la classifica dell'amico Michele, uno che ne sa un bel po'. Se poi volete aggiungere qualcosa voi, fate pure.

Intanto beccatevi la cassettina.


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