martedì 16 settembre 2014

Les Big Byrd - They Worshipped Cats (A, 2014) / #review

La scena rock svedese - e quella nordeuropea più in generale - ha prodotto, nell'ultima manciata di anni, alcuni dei migliori esemplari di psichedelia di questo inizio di secolo: si pensi all'ultima elefantiaca opera dei Movements, all'esordio dei Goat - di ritorno la prossima settimana con un'altra bella prova, Commune - o a quello del ragazzo prodigio Jacco Gardner.
Ed è di un altro esordio che ci apprestiamo a parlare, quello degli svedesi Les Big Byrd, quartetto in cui militano ex membri di Fireside e The Caesars, accasatosi presso la A Records di Anton Newcombe.

La copertina è orrenda, ok, e pure quel titolo non è che acchiappi grazie, ma insomma, quel che conta è la musica no?, e su quel piano They Worshipped Cats risulta (quasi) inattaccabile, regalando un felice assortimento di rock psichedelico in salsa krauta ben scritto, composto e arrangiato (c'è pure, in qualche traccia, lo zampino di Zio Anton, al quale i Nostri hanno restituito il favore suonando in Revelation, NdR), suonato come il TripdiDio comanda e prodotto con indicibile maestria. Tanto indicibile che mi vedo costretto - in mancanza di competitori degni di nota, a parte il forse inarrivabile Dude Incredible degli Shellac, ad additarlo come uno degli album meglio prodotti del 2014.

La qualità balza subito alle orecchie dopo i primi secondi di Indus Wave e si ripropone prepotente con la successiva Tinnitus Aeternum, una coppia di pezzi piuttosto affiatata (davvero difficile disgiungerli) vestita di beat motorik anfetaminici, vischiosi riverberi e wah wah, melodie appiccicose e riff chitarro-sintetici ripetuti fino allo sfinimento: una mista perfetta per un'ideale dancehall psichedelica.

Si prosegue su livelli alti con la title-track, un estasi elettronica alla Kraftwerk che sfocia in uno space rock alla Hawkwind, e con Vi Borde Prata, Men Det Är För Sent, una suadente e bellissima ballata psych-pop che porta l'impronta dell'ultimo Newcombe.
La magia si perde un poco con il dream pop di Just One Time (che palle, il dream pop!) e la strumentale White Week, ma torna fiammante e piena di sé con il bel psych-pop sintetico di War In The Streets, che mescola sapientemente un registro musicale solare e dreamy con un testo acido, crudo ed essenziale; poi, infine, con la fiammata kraut in riverbero di 1,2,3,4 Morte (titolo geniale) e il bel rock acido e oscuro di Back To Bagarmossen (qua sotto il video ufficiale), che chiude con fare da primi della classe questo bell'esordio.