lunedì 23 giugno 2014

Guided By Voices annata 2014 / #review

Il titolo canta: nessuna retrospettiva, nessun cenno agli album che fecero la gloria della band negli anni 90 e primi anni zero, solo qualche noticina sui Guided By Voices annata 2014: due album pubblicati nel giro di qualche mese (uno a febbraio, l'altro a maggio) e ancora un sacco di cose da dire.

Buono, direi anzi buonissimo il primo, Motivational Jumpsuit, probabilmente la miglior release della seconda vita dei GBV.
Stanno lì a dimostrarlo pezzi bellissimi e trascinanti come I Am Columbus, le grungiose Zero Elasticity e Bullettin Border, i due singoloni Littlest League Possible e Vote For Me Dummy, capace quest'ultima di suonare sghemba e melodica, malinconica e rissosa, pop e grunge. O ancora il folk lo-fi di Until Next Time e A Bird With No Name, il rock scontroso, scostante e autoironico di Writer's Bloc (Psycho All The Time), la ruvida Child Activist, il bel power pop anthemico di Planet Score, lo psych pop di Jupiter Spin e via dicendo.
Un album davvero bello, che farete davvero fatica a togliervi dalla testa.

Non puoi fare due album buonissimi in un anno cazzo, e infatti il successivo Cool Planet scende di una tacca e suona un po' meno a fuoco, come fosse la b-side version del precedente.
Non male, comunque, il folk di Costume Makes The Man, il rocketto psichedelico di Psychotic Crush, che sfoggia uno degli assoli più riusciti del lotto, il rock serio e oscuro di These Dooms e quello più adrenalinico di Table At Fool's Tooth. O ancora il power pop di Bad Love Is Easy To Do, il bel grunge pop di The Bone Church, la lunga (per gli standard dei GBV) scorribanda acid-pop di All American Boy.
Poi, come al solito, ci sono i pezzi inutili: quelli che, parlando di un'altra band, chiameremmo facilmente riempitivi, e che invece al cospetto di Pollard & Co. ci tocca considerare come frutti acerbi di un songwriting non maturato al punto giusto e logica conseguenza della folle tendenza a mettere su disco qualsiasi cosa passi per l'anticamera del cervello.

La scrittura dei brani è divisa tra il generale Robert Pollard e il colonnello Tobin Sprout, il primo più incline al rock e al power pop, il secondo al pop più etereo e alla psichedelia beatlesiana. Una divisione per nulla eguale, sbilanciata verso il grande guru (soprattutto in Motivational Jumpsuit), che il sottoscritto approva senza indugi, preferendo senza dubbio gli anthems indie rock di zio Robert alle sviolinate pop del colonnello.


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