martedì 25 giugno 2013

Blaak Heat Shujaa - The Edge of An Era (Tee Pee, 2013) / #review

Questi piccoli grandi eroi dello stoner francese li ho scoperti assolutamente per caso. Non ricordo neanche come, a dire il vero. Il loro primo album (l'omonimo Blaak Heat Shujaa, del 2010), consumato di ascolti durante il caldo inverno ateniese 2011-2012, mi aveva piacevolmente impressionato per la sua capacità di presentarsi come compiuta opera stoner ed heavy-psych mentre allo stesso tempo faceva a pezzi i cliché di quei generi. The Edge of An Era sposta l'asticella ancora un po' più in là, e il rock dei Shujaa si fa grande. 

Nei tre anni passati tra il primo e il secondo album sono cambiate molte cose in casa Blaak Heat Shujaa. La band si è trasferita da Parigi a Los Angeles, ha cambiato batterista, ha iniziato una proficua collaborazione con il produttore Scott Reeder (dalla quale è scaturito il precedente EP The Storm Generation, una serie di documentari sulle sessioni di registrazione e il disco di cui ci accingiamo a parlare) e ha firmato un contratto con la Tee Pee Records (etichetta responsabile delle uscite dei Naam, e degli esordi di Kadavar e Graveyard, tanto per citarne alcuni). Il sole del deserto californiano e il lavoro di Scott al mixer hanno impresso inevitabilmente il marchio sulla nuova creatura dei Nostri, donandogli quell'affascinante aurea desertica di cui il disco precedente era orfano. La band, dal canto suo, ha fatto anche di più, rompendo definitivamente gli argini del proprio songwriting per dar vita a qualcosa di nuovo e diverso, unico e riconoscibile tra mille altri.

Un sound, come dicevo poc'anzi, lontano dai cliché ultrariciclati di un genere, lo stoner rock, da troppi anni stantio e tendente al marciume. Non troverete, infatti, nella musica dei Blaak Heat Shujaa, walls of sound di distorsioni ed effettistica, la voce sballata e rauca da camionista ubriaco, i riffoni sabbathiani e le accelerazioni muscolari. Dovrete fare i conti, invece, con una genuina verve psichedelica (space), una sana precisazione krauta e una sincera vocazione sperimentale. Prog, per essere più precisi.
Una bella affermazione di originalità e indipendenza artistica che emerge anche dalle liriche, singolarmente infarcite di temi sociali e politici, inaspettatamente intelligenti e corrosive (per capire l'inaspettatamente è sufficiente farsi un giro dalle parti dei Fu Manchu). Il mondo non è solo donne e motori e i Shujaa, sul finire di un era, ci tengono a ribadirlo.

L'impianto musicale di The Edge of An Era si regge, principalmente, sui riff fuzzosi del chitarrista/cantante Bellier, sulle corpose linee di basso del bassista Morel, e sul dialogo costante e burrascoso tra i due strumenti. Un dialogo tra pari, dove non c'è prevaricazione (giusto per fare un esempio, anche se lontano anni luce: vi ricordate le chitarre di Tom Verlaine e Richard Lloyd su Marquee Moon?). Il drumming preciso, duro ed epilettico di Amster fornisce, poi, le fondamenta sulle quali innalzare le bellissime jam heavy-psych-prog che scaturiscono dai quei dialoghi.
Stoner rock, space rock, progressive rock, psichedelia, world music, convivono allegramente tra le note di The Edge of An Era senza annullarsi, modellando una delle delle opere più affascinanti della scena heavy-psych di questi anni. Un disco come un monolite, da ascoltare in blocco, talmente presente e imponente è la sua compattezza d'insieme, l'atmosfera (oscura) e il sound che lo scuote dall'inizio alla fine. Se vi eravate appuntati il nome dei Shujaa ora potete tranquillamente evidenziarlo a doppia mandata.

Best tracks: The Obscurantist Fiend (The Beast pt. 1), Society of Barricades, Pelham Blue



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tee pee records

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