lunedì 20 maggio 2013

Edible Woman - Nation (Santeria-Audioglobe, Wild Love, 2013)

Un paio d'ore fa, appena conclusasi la quotidiana lezione d'inglese (nella quale faccio la parte del prof!), mi sono messo al computer, come spesso capita, senza avere un bel cazzo di nulla da fare. E senza alcuna voglia di imbarcarmi nelle solite discussioni che popolano i SN. 
E allora, perso nell'indecisione sul da farsi, ho pensato di regalarmi un'oretta di relax ascoltando qualche novità. Decisione rischiosa, a ben vedere: sarebbe anche potuta essere la zappa sui piedi definitiva sulla mia voglia di far qualcosa, se solo avessi trovato uno dei soliti dischi di merda che infestano l'orbe terracqueo come la peste bubbonica. E invece m'è capitato per le mani Nation

Ora, se mi concentrassi cinque minuti potrei anche dirvi chi ha influenzato 'sti tipi qua (che sono già al quarto album), che cosa hanno mangiato stamani a colazione e che roba si fumano quando sono in tour, ma, 1) non ho alcuna voglia di concentrarmi: una giornata di lavoro + due ore di lezione d'inglese e ti passa persino la voglia di cagare 2) non è che mi interessi più di tanto darvi dei punti di riferimento quanto piuttosto farvi capire che 'sto disco merita veramente sia l'ascolto che l'acquisto 3) il disco non pulula di punti di riferimento (bontà loro) ma, santo dio (le lettere piccole sono volute), brilla di un eclettismo spastico che può solo riappacificare con la musica.

Il vecchio Julian Cope, loro grande fan, li ha definiti come "un gruppo di tori rabbiosi in un negozio di porcellane cinesi". Ed ha detto quasi tutto.

Nation è folk, alternative rock, rock'n'roll primordiale, post-punk, psichedelia e jazz. È praticamente tutto. O, se non proprio tutto, per lo meno tanto. È un ideale concept album sulle proprietà malsane e purificatrici del rock'n'roll. Sulla sua interminabile opera di bisturi psicologico. La follia e l'amore per la musica che si confondono e creano un'opera unica e, per certi versi, irripetibile. Il basso pulsa come il battito di un cuore amplificato e distorto, l'organo crea soffici tappeti di suono o saltella allegro e impazzito tra ritmiche che sanno farsi furiose, lente, o perdutamente sghembe; le chitarre si dividono tra arpeggi e rumori di ogni sorta, e persino un sax fa capolino qua e là, mentre la voce sembra declamare un lungo poema tragico dall'aura decadente. Un trip, praticamente. Di quelli seri. Di quelli che val la pena fare, per il corpo e la mente. Punto.



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