sabato 30 marzo 2013

Loud Notes from The Easter Front: ovvero dischi cagata versus capolavori per pochi intimi, infornata trimestrale (da non ripetersi) / #loudnotes

Perché questo post? Be', perché sì, innanzitutto. E poi anche perché a un certo punto, dopo tre mesi di ascolti inutili, le palle sono così piene che in qualche modo devi pur svuotarle. E, infine, perché mi sembra sia giusto e doveroso dare a Cesare quel che è di Cesare (e basta, perché il fantasy è un genere che non mi si confà), regalando l'olimpo a quelle band e a quegli album che hanno gettato ettolitri di benzina sulle fiamme del rock'n'roll.
Inizierei, doverosamente e inevitabilmente, con la vomitata di bile, che poi si può anche tornare a mangiare. 

Sì, lo so che è come sparare sulla croce rossa, ma l'ultimo disco degli Strokes, Comedown Machine, è la cosa più orrenda e banale che mi sia capitato di ascoltare dai tempi, che so, delle Spice Girls. Una roba inutile e fastidiosa quanto un rotolo di carta vetrata al posto di quella igienica. Così brutto che ti fa sorgere dubbi legittimi circa la paternità di quel mezzo capolavoro che fu, quasi un secolo fa (era il 2001), Is This It. Un consiglio per webzines, blogs e semplici appassionati di musica: dimentichiamoci degli Strokes, facciamo come se non fossero mai esistiti; o meglio, facciamo come se avessero inciso un solo disco (vedi sopra) e poi si fossero sciolti sotto le inesorabili pressioni del successo, infognati nelle droghe sintetiche, MDMA, MDA, M5S (e così via) e negli apericena che contano di casa Casablancas. Facciamo che è andata così e non pensiamoci più, che di spazzatura è pieno il mondo ma c'è anche un sacco di roba buona che, invece, meriterebbe tutt'altri livelli di attenzione.

Clash The Truth dei Beach Fossils è un'altro fail di proporzioni colossali, che l'ultimo disco dei Jane's Addiction (The Great Escape Artist, 2011, un disco di merda a caso) al confronto è uno scrigno colmo d'oro e gioielli. Mi dicono dalla regìa che gli Addiction stanno per dare vita alla loro ultima fatica, quindi non tutto è perduto per la banda di Brooklyn. A patto però, che la smetta di produrre 'sta sottospecie di pop (perché vanno bene le melodie, ma poi devono anche appiccicarsi al cervello, altrimenti hai fatto cazzi) versione dark che scioglie l'intestino in quattro e quattrotto senza neanche dare tempo di arrivare alla metà del disco. L'indie pop ha rotto il cazzo, il dream pop che ve lo dico a fare, e i Beach Fossils, arrivati appena al secondo disco in 3 anni (cazzo, gli ci son voluti tre anni per tirar fuori dallo sfintere cotanta merda, quando al conclave son bastati due giorni!) pure. Cestinato.

Dan Friel, reduce da una carriera quasi decennale con i famosissssssimi e adoratissssssimi Parts & Labor (che pure qualche pezzo decente lo hanno sputato fuori), si prende pure l'insensata libertà di sentirsi indispensabile e tira fuori un disco solista. Che, inevitabilmente, fa cagare. Un concentrato di rumorismi hippie pop farciti di melodie diabetiche che fanno tanto "natale del signore, o mio signore vattelappesca": una roba che lascia perplessi circa le reali possibilità di sfangare un secondo confronto diretto con la blasfemia neuronale che nel frattempo ha preso il sopravvento. Mezzo osannato dalle webzine e dai magazine che contano, sopravvalutato a bestia manco fosse il primo disco degli Atoms for Peace o l'ultima faticona (che ventidue anni son mica bruscolini) dei My Bloody Valentine, Total Folklore è poco più che uno sproloquio senza soluzione di continuità su base acid noise pop.

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ecco, tiriamo una linea e fermiamoci qui. Ché di spazzatura è pieno il mondo ma c'è anche un sacco di roba buona che, invece, meriterebbe tutt'altri livelli di attenzione (sì, lo so, questa l'ho copincollata da sopra, ma ci stava come il cacio sui maccheroni). E allora ecco qualche ascolto che spinge il pollise in su.

Gli Uk Subs (sì, loro) tornano con il loro ventiquattresimo album, intitolato dopo un enorme sforzo neuronale e una spremitura grezza di fantasia post-anziana XXIV; tornano e fanno piazza pulita del 90% della spietata concorrenza punk degli anni '10 (ah, non c'è? mmmmm). La formula è esattamente quella di 30 anni fa, un punk stradaiolo arrabbiato che sfiora l'hooliganismo OI e che, all'occorrenza, si sporca le mani di blues. Niente di che, quindi, né di particolarmente esaltante in sé. Però c'è un però, cristallo! C'è che spaccano di brutto, senza pudore, che sembra quasi di ascoltare un gruppo di ventenni arrabbiati alla prima impressione discografica della loro impazienza puerile. Gli anni son 60, ma la rabbia ancora brucia, le chitarre sono lì a rummare, il piglio iconoclasta e irriverente saltella sulle note e noi possiamo pogarcela in santa guerra. Grandi!

Scendendo a ritroso (ma sarebbe meglio dire precipitando) con l'età anagrafica, andiamo ad occuparci di quei giovincelli degli Iceage, che c'hanno confezionato quel disco strepitoso che è You're Nothing. Una misera seconda uscita che sprizza energia da ogniddove. E non fate quel sorrisetto da saputelli, convinti che sia una cosa scontata: «un gruppo giovane appena cresciuto ma non ancora adulto come fa a peccare di energia?». Devo forse ricordarvi i Beach Fossils qua sopra? No vero? Be', dov'ero rimasto? Ah già: insomma 'sto You're Nothing è una roba che rompe gli argini e straripa furore, depressione, energia, rabbia e passione in solido formato post-punkdiquelloserio screziato da veraci intagli hardcore. Una roba tremendamente oscura e violenta, bella bella bella! Una roba così stronza da piacere anche a sua maestà in decomposizione "l'Iguana". Un must degli ascolti 2013.

I Black Angels. La band alla quale devo la mia infatuazione (tardiva) per il rock psichedelico, che mi costringe a veleggiare su atmosfere acide da ormai sette anni pieni pieni. Eccoli, a stupirmi di nuovo con questo Indigo Meadow. Qualcuno dirà che «mmmm, non era proprio come me lo aspettavo, hanno abbandonato la psichedelia massimalista per un normalissimo rock'n'roll». E allora? A parte che dare del normalizzato ad un gruppo che scrive pezzi come Indigo Meadow o Holland dovrebbe essere vietato dalla "Covenzione Internazionale contro gli sfrondoni dei critici musicali" (una roba che, peraltro, non firmerei mai, altrimenti poi mi tocca chiudere baracca e burattini). E poi, in fondo, che diavolo avete con il rock'n'roll? Vi rode così tanto che questi abbiano messo benzina al motore e abbiano deciso di dargli fuoco? A me sinceramente neanche un po', ché se l'acido è anche ruvido e potente stiamo tutti meglio, no?

Mi sa che con tutta la foga (foga, non figa, watchout!), mi son dimenticato di spiegare persino (mettete una cazzo di pubblicità anche qui se sapete fare) il significato della raccapricciante dicitura "capolavori per pochi intimi" ("dischi cagata" si capisce no?). È presto detto, avventori e divoratori di note rumorose: five days ago la redazione di Studio Aperto è stata attaccata da un'orda di beliebers inferociti che neanche i grillati durante le loro operazioni di trollaggio cammellato, per aver infangato neanchevogliosapereinqualemodobarbaro l'immagine del loro idolo. E io, che ho ben altri motivi per schifare Studio Aperto, che reputo Justin un tipo buono (forse) per una pubblicità delle scarpe Valleverde, che credo nel valore fondamentale dell'assassinio e del dileggio degli idoli... Ecco, io mi sento un po' più solo oggi, come se stessi vivendo in una fottuta comune di bevitori di karkadè e fumatori d'oppio con l'orticino comune da zappare allegramente e un'inutile colonna sonora da ascoltare e cantare alltogether. Ma, in fondo, pur tuttavia, fottesega!

lunedì 25 marzo 2013

Miss Chain & The Broken Heels - The Dawn (Tre Accordi, 2013)

Tornano in pista i Miss Chain & The Broken Heels, una delle migliori rivelazioni del power pop italiano degli ultimi anni. E lo fanno marchiando a fuoco il proprio sound con la tradizione country e rhythm'n'blues, declinate con la solita spiccata sensibilità pop di provenienza 60s (Beatles e Monkees su tutti). Ma questa volta, complice forse la produzione e il tempo di maturazione dei pezzi (ci sono voluti tre anni per dare vita a questo secondo LP), il sound di Miss Catena e i Tacchi Rotti esce fuori più pulito e classico, diabetico come un'overdose di zucchero.

The Dawn è un'elegante suite pop rock in trip americana, impregnata delle melodie agrodolci e autunnali magistralmente disegnate dalla bella voce di Astrid e da una band che, certamente, sa eseguire alla perfezione il compito di fornire la cornice a questo quadro bucolico. Quello che manca, a onor del vero, è un po' di ruvidità, la semplicità rabbiosa di uno scatto di reni capace di tirar fuori pezzi che buchino le casse ed entrino in sintonia con il condotto uditivo.
Non è un "nulla di fatto" assoluto, non fraintendete. Il power pop impreziosito dall'organo di The Dawn Is me, i country'n'roll di Calcutta e Quack, il dark pop di There's A Ghost, la riverberante It's Gone e il frizzante power pop di Little Boy stanno lì a ricordarci che la classe non si compra a un fottuto centro commerciale come un fottuto iPhone unnumeroacasofinoacinque. Il menù, però, è arricchito da abbondanti portate di brani carini, gentili e scontati (Don't Look Back, Tell Me Why, Let Us Shine, etcetera ad libitum...) che stuzzicano l'appetito alla stessa maniera di uno stufato di pancetta e banane.

The Dawn è, in fin dei conti, un album per inguaribili hippie con l'albero genealogico affollato da fantasmi southern e merseybeat. Con qualche sputo di classe sopraffina e qualche schizzo di manierismo.

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lunedì 18 marzo 2013

Wildmen - Wildmen (Shit Music for Shit People, 2013)

I Wildmen sono un duo romano nato dall'incontro di un batterista (Matteo Vallicelli) e un chitarrista (Giacomo Mancini), due spostati con una strana concezione del pop: quella di una musica melodica senza troppi fronzoli e velleità rivoluzionarie screziata da un riffare ruvido, anfetaminico e rumoroso e da una voce irriverente che rimanda al primo punk. 
Garage pop e flower punk, in buona sostanza, che veleggia su coordinate Black Lips, Thee Oh Sees e Ty Segall: una roba un po' swingante, "infedele", acida, malata di rock'n'roll, aggressiva e rabbiosa, incredibilmente rumorosa e piena di sé. Energica e infocata come le fiamme dell'inferno. Una boccata d'aria fresca, ancora una volta, dalle stalle che tanfano merda della Shit Music.

Compratelo, questo bel dischetto, mettetelo sul piatto e preparatevi a cantare in coro il ritornello del singolo Haters Gonna Hate, un garage rock stradaiolo da togliersi il cappello; o a pogare impazziti con il flower punk di Drunk e Black Holes, con quei riff taglienti che vi martellano i neuroni, già impegnati a fare i conti con il solito mix deviato di alcool e maria. Il rock'n'roll punk di Born After Midnight è un bel carico da undici: uno swing impazzito che tira avanti come un treno senza freni alimentato da un riff al vetriolo, una voce impertinente, un piano saltellante e randellate di caos primordiale. Impossibile resistervi. Crazy è una macchina del tempo che ci riporta al tramonto degli anni '60, con un garage-pop dal riff quadrato e dalla melodia che sa di "noccioline". Zero Generation e Bitch flirtano addirittura con il grunge della prima ora (Mudhoney, per non girarci troppo intorno), sputando riff hard e voce rabbiosa su un impianto che resta, comunque, essenzialmente garage rock. Certo, questa cosa l'ha già fatta il Ty, ma i nostri dimostrano comunque una certa personalità e un'impressionante dedizione alla causa.

Wildmen riesce dunque a condensare in un mix effervescente e sfacciatamente grintoso una fiera attitudine garage rock, melodie pop dal sapore 60s, vibrazioni noise, un riffare hard e tagliente e una certa follia rock'n'roll punk che gli fa "come il cazzo alla vecchia". Grandissimo esordio!



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lunedì 4 marzo 2013

Belt of Vapor - The Recluse (Whoa! Boat, 2013)

I Belt of Vapor li seguo fin da quando hanno lasciato il nido del math-core (leggasi i primi due dischi della band, Playing God del 2003 e The Complex Mating Game of Giants del 2007), dando vita a quel riuscito concentrato di grunge d'annata e post-hardcore che era Buck. E ora rieccoli qua, finalmente, con la terza prova sulla lunga distanza, a stabilizzare le coordinate del loro sound rinnovato: un rock robusto, affilato e combattivo figlio del grunge noise dei primi anni '90, del post-hardcore dei maestri Fugazi e di quella scheggia impazzita che furono gli At The Drive-In sul finire del secolo.

Gli ingredienti per apprezzare quest'album, insomma, ci sono proprio tutti. Non manca un cazzo di nulla, oserei dire! Ditemi se non è bellissima l'opening track Bare Bones, che parte con un bel basso distorto e si distende lungo quattro minuti con il suo incedere mid-tempo e la sua vena sinceramente incazzata. O se il riff di No Neck, pezzo che riesce a cambiare faccia almeno tre volte senza creare danni agli zebbedei, non è uno dei più riusciti che vi sia capitato di ascoltare ultimamente. Poi ancora: il post-hardcore che flirta con il progressive di Horns and Grins, la ballata indie di Reigning Hands, lo schiaffo post-hardcore a-la At The Drive-In di Estranged Youth, i rigurgiti neo-metallici di Children of Fools, il grunge noise oscuro e sbilenco di Stacks and Stacks. C'è veramente un sacco di roba, qua dentro, ed è suonata con una padronanza, una potenza e un impeto che mettono al muro (vi ricordate le band su Touch & Go, verso la metà degli anni '90?).

Si ha quasi l'impressione che tutta la rabbia e la passione che trasuda dalle traccie di Recluse sia stata (appunto) "reclusa" nell'ombra di un magazzino abbandonato per decenni e che ad un certo punto qualcuno abbia deciso di aprile le porte e farla tracimare. E questo qua, fortuna nostra, è il risultato!

 
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belt of vapor
whoa! boat records