martedì 24 dicembre 2013

Jazz&Heavy: La fantastica cassettina di natale / #cassettine

E alla fine è arrivato anche il natale, cazzo di buddha! E che facciamo, ci lasciamo così, senza la cassettina? Non credo proprio! Di cose buone da ascoltare, ne sono uscite fuori un bel po' ultimanente e di gustose tracks da recuperare e riascoltare ce ne sono altrettante - quindi la cassettina di natale è d'obbligo, ve la beccate senza neanche fiatare!

Ah, dimenticavo: non vi aspettate canzoni natalizie, di nessun genere (il disco natalizio dei Bad Religion, per dire, ascoltatevelo voi se siete tanto coraggiosi, che a me queste cose fanno cagare la bile), ma solo del buon lercissimo rock'n'roll. 

Una precisazione è d'obbligo: la fantastica cassettina di natale che vi apprestate ad ascoltare è uscita fuori, per puro caso, seguendo il corso dei miei ascolti di fine anno, come una sorta di best of heavy-psych, stoner e free jazz del 2013. Una roba pesantissima, che ci sta tutta in questo periodo e che spero gradirete.

A presto gente, ingozzatevi di spumante mi raccomando! Bonaaaaaa

venerdì 20 dicembre 2013

Henry Rollins Stereo Blues / #loudnotes

Stamani vorrei lasciare la parola ad Henry Rollins, iniziare la giornata di Loud Notes con il Rollins pensiero, espresso alla solita maniera diretta e senza fronzoli, brandito come una simpaticissima e affilatissima accetta davanti al suo intervistatore, Mike Ayers di Rolling Stone.

Perché sì, insomma dai, quanno ce vo' ce vo'.

Potete leggere l'intervista completa, nella quale Henry parla anche del nuovo disco di David Bowie e delle due reunion dei Black Flag, sul sito di Rolling Stone, o accontentarvi della traduzione dei suoi momenti fondamentali fatta per voi da Rockol.

- Did you follow any of the bigger things, like Daft Punk or "Blurred Lines"?
- I've never heard Daft Punk; I've never heard a track of theirs in my life. They're the two guys with motorcycle helmets on?

- Yeah, they dress up like robots.
- You know what, you will take this any way you will. That to me is like Rolling Stone music. It's the shit that's in your magazine. And it's like, that world. . . I'm so glad that you all have found your people, but that world is so alienating to me. Anything that gets on the Grammys or the American Music Awards. . . like, was Miley Cyrus on the cover of your magazine?

- She was.
- Yeah, see, I like real music. John Coltrane's my favorite musician, what am I doing reading Rolling Stone? You know what I mean?

- You don't give a shit about her.
- Well, I don't. She's part of that bigger world of music I was just talking about. All of it to me is like, long may it wave, I don't have anything against anyone doing their thing, but it's just not for me. And Robin Thicke, is that the guy? I have no idea what he sounds like. I've never heard Kelly Clarkson, I just, I live in a different musical world.

 
Ecco. 

Ora, qualsiasi cosa stiate facendo, lasciate perdere tutto per un quarticello e alzate il volume! Merita!

giovedì 19 dicembre 2013

TV Ghost - Disconnect (In The Red, 2013) / #review

Qualche sera fa m'è capitato tra le mani questo Disconnect. Sulle prime, non avevo capito di che si trattasse, o chi diavolo mi stessi prestando ad ascoltare. Poi parte la musica e... Ma certo! I TV Ghost crrristaccio (sì, lo so, c'era scritto sulla cartella, ma ero distratto), quei TV Ghost!

Una carriera in perenne mutamento (anche di line-up), quella del quartetto di Lafayette, iniziata gracchiando e sputacchiando diluvi di watt con un grezzo e rumoroso post-punk (Cold Fish, 2009), proseguita con un tuffo a testa in giù, troppo carpiato, troppo evidente, nelle atmosfere del post-punk inglese (Mass Dream, 2011) e approdata, infine, alle dilatazioni dark-shoegaze di questo nuovo lavoro. 
Un album, Disconnect, che regala magie e momenti di noia bruta (e brutta). Che fa intravedere un buon lavoro di scrittura e nuove strade, ma anche momenti bui e vicoli senza uscita. 

Le cose buone? Il ruvido post-punk noise di Five Colors Blind e il palpitante dark-psych di Veils; i Joy Division affogati in un metro di melma shoegaze di Elevator (davvero bello il riff), il robusto rock psichedelico di A Maze of Death, tra Black Angels e Joy Division (ancora? eh bè...) e la ballatona psych di Siren, in chiusura del disco. Il resto del disco, spiace dirlo, è a bello noioso. Lento, oscuro e senza verve, come ogni buon disco di merda che si rispetti. Come se non bastasse, poi, la produzione ha reso il tutto troppo pulito e poco graffiante, rubando energia e vitalità alle canzoni.
Ordunque: bella prova o mezza tacca? Bè, dipende da come volete vedere il bicchiere. Io, dal canto mio, sospendo un poco il giudizio e aspetto il quarto album, sperando che riescano a riempirmelo di quel buon vino che, pur se a sputacchi, c'han fatto assaggiare. 

Best tracks: 'un s'è capito? 



links: 

lunedì 16 dicembre 2013

Woodwall - Woodempire (Red Sound, 2013) / #review

All'incrocio perfetto tra doom, stoner, psichedelia e tentazioni post(metal), troviamo i neonati Woodwall, quartetto di Massa Carrara che ha recentemente pubblicato il bellissimo disco che potete ascoltare qua sotto. Date retta a un cretino: staccate quella puntina che gira annoiata sui solchi di Whales and Leeches, mettete su il cd di WoodEmpire, alzate il volume al massimo e precipitate orecchie e cervello in questa enorme esperienza sonica che vive in un risicato ma prospero lembo di terra tra Sleep, High On Fire, Hawkwind e Isis. 

Quando avrete penetrato il mood del disco e avrete fatto esperienza del rifferama doom/stoner, delle aggressive parti vocali (registrate, magistralmente, qualche tacca sotto il resto), delle dilatazioni soniche - sempre opportunamente controllate - indotte dal moog, delle turgide galoppate stoner e delle sapienti ritmiche progressive, farete fatica a voltarvi indietro.
Ottimo esordio, per una band che merita tanta matanta attenzione.

Best tracks:  WoodEmpire, King Stuste, Holocene/Cambrian


links:
woodwall
red sound records

mercoledì 11 dicembre 2013

Le grandiose scoperte del mercoledì mattina: Baxter Stockman / #cassettine

In attesa di avere tra le mani ed ascoltare il nuovo album degli Shellac (che ovviamente uscirà quando cazzo pare meglio a loro e noi lo sapremo solo quando ci si parerà davanti), inganno il tempo e mi consumo i padiglioni auricolari con questi pazzi scatenati finlandesi, i Baxter Stockman, che ho scoperto stamattina su youtube, per caso, dopo aver ascoltato per intero il nuovo album degli Aqua Nebula Oscillator (che insomma, bello ma...).
Loro - trattasi di un power trio con i controcazzi - sono in giro dal 2006, ma Punter è il loro primo full-length (prima di questo un EP e tre singoli), uscito lo scorso marzo per le etichette Kult of Nihilow e Ektro records.
Sembra che dalle nostre parti, questo dischetto non se lo sia cacato proprio nessuno. E non è neanche semplice rimediarlo aggratis, per dire, così giusto per dargli un ascoltatina. Un vero peccato, perché a giudicare  da quel poco che i Baxter hanno voluto condividere con il mondo Punter sembra poco meno che una bomba, un frullato di noise e rock matematico da uscir pazzi!
Gironzolando qua e là sul web come un bambino curioso sono comunque riuscito a metter da parte qualche pezzo e c'ho fatto 'sta mini-cassettina qua (alla cui tracklist potete tranquillamente aggiungere questa Non-Smoker): ce la ascoltiamo?

lunedì 2 dicembre 2013

Mind Spiders - Inhumanistic (Dirtnap, 2013) / #review

Poco tempo fa, sul faccialibro, avevo detto che Inhumanistic, terzo lavoro in tre anni per i Mind Spiders (prima di lui l'omonimo esordio del 2011 e Meltdown del 2012, entrambi, tutti rigorosamente su Dirtnap), mi aveva lasciato un po' interdetto. Ora, dopo quasi due mesi di ascolti, l'interdizione è lì che brucia (e per fortuna non brucia solo me...). Ma, ovviamente, c'è dell'altro, ed è per questo che ne scrivo.

Per andare dritto al sodo l'album è stato rovinato (in gran parte) dai synth. I synth, già. Che c'erano anche prima e nessuno s'era mai lamentato, è vero, ma quando è troppo è troppo, giusto? Giusto. 
Non bestemmiate forse tutti i santi del paradiso quando vi avvicinate a quella cazzo di cassetta di splendide mele golden e vi accoglie una nuvola di moscerini? Bè, ecco, questo è quello che vi succederà approcciandovi a Inhumanistic. Sbatterete la testa contro una fastidiosa nuvola di synth, intenta a seppellire il vostro amato rock'n'roll. Li sentirete, arroganti e invadenti e messi un po' a cazzo di cane, rovinare due pezzoni power-pop come Pictures e The Steady (e sarà difficile farvene una ragione); o, ancora, li vedrete infestare l'aere nelle mediocri e stanche (e qui viene fuori il secondo problema, la stanchezza) I Want You e Oblivion.

A questo punto state ansimando, tralancate, mi fate segno di fermare questo strazio e chiedete: ma quindi 'ste cazzo di mele son tutte da buttare? Neanche per idea, dico io. Il tratto melodico della penna di Mark Ryan è ancora forte e incisivo e ci sono pezzi che si appiccicano ai neuroni che è una bellezza. Suicide, il cui titolo non pare messo lì a caso, è un synth-pop dal vezzo punk che vi diventa un classico sotto gli occhi e neanche ve ne accorgete. Make Make Make Make, ramonesiana fino al midollo eppure profondamente "spideriana" e They Lie, che vede Mark impegnato in un lavoro chiarristico impagabile, sono il manifesto rock'n'roll (e che rock'n'roll) di Inhumanistic e due pezzi che difficilmente si dimenticano. In City Stuff emerge forte l'oscura anima wave dei Mind Spiders ed esplode in un ballatone psichedelico magistrale (insieme a They Lie, le mele più buone della cassetta). Poi, non da ultimo, se riuscite a spogliare The Steady e Pictures di quegli orribili orpelli sintetici, ne avrete di che gioire. 

Vi basta? CI basta? Direi di sì, abbiamo buttato via qualche mela ma ne abbiamo mangiate di ottime, non credete? Magari, la prossima volta chiederemo a Mark di farsi produrre da uno bravo, siete d'accordo?

Best tracks: Suicide, They Lie, City Stuff, Electric Things, Pictures, Make Make Make Make
    


links:
mind spiders
dirtnap records

sabato 30 novembre 2013

Human Eye - 4: Into Unknown (Goner, 2013) / #review

Se i motor city 3or4 Human Eye - o, più realisticamente, Timmy Vulgar & Co. - avessero pubblicato, invece di 4: Into Unknown (bel titolo del cazzo, tra parentesi) che, invano, da giorni tento di ascoltare fino all'ultima nota; ecco, se invece di 'sto disco qua avessero pubblicato un bell'EP lungo intitolato chessò, Alligator-Face Wolf Dancing In The Shadows, con questa tracklist

1. Alligator Dance
2. Buzzin' Flies
3. Juicy Jaw
4. Faces in the Shadows
5. Outlaw Lone Wolf

e avessero schiaffato in copertina un bel lupo con il corpo da lupo e il muso da alligatore che balla nell'oscurità, bè, avrebbero vinto cazzo! Cioè, sarebbe stato uno degli EP più mitici del 2013, uno sbrocco assurdo!
E invece no, hanno voluto strafare, fare un album intero e metterci dentro anche il resto delle cose inutili che c'hanno messo. Cioè, tutto il resto. Ed è venuta fuori 'sta cosa qua, mezza strafiga e mezza mediocre. Che non sa né di carne né di pesce (semmai, per lunghi tratti, di pesce putrefatto).
E quindi niente, ciao proprio.

Best tracks: l'EP immaginario di cui sopra


links:
human eye
goner records

giovedì 28 novembre 2013

Un giovedì sottoterra con birra, cavoli e rock'n'roll / #cassettine

È giovedì, e non so per quale cazzo di motivo, mi sembra domenica. Sticazzi, comunque. Quello che davvero conta, come al solito, è la musica che sta passando per le casse. E che, non si capisce bene il perché, ho sentito di dover condividere con il mondo.

Stamani ho iniziato con Machine Head dei Deep Purple, per dire. E fin qui, nulla di underground. Poi, spirata Space Truckin', ho cominciato a scavare come un indemoniato e son finito sottoterra. Di brutto! [musicamente parlando, ovvio no? Poi ci son finito anche d'umore, e se non fosse stato per le birrette, l'amore, il cavolo broccolo e il rock'n'roll, non sarei mai risalito]
Quelli che seguono sono, in ordine cronologico di ascolto, gli LP o gli EP di gruppi misconosciuti (a parte la parziale eccezione dei nostri eccezionali Not Moving) che sono passati dalle mie casse nelle ultime 4-5 ore. E che farete bene a farceli passare anche voi. Inutile dirlo, gruppi che meriterebbero - o che avrebbero meriterato, a seconda dei casi - di essere cagati molto di più, tanto dal pubblico (che però, si sa, è sempre un pubblico di merda) quanto dalla critica musicale. Ché a leggere sempre dei soliti noti, se sei un pochino curioso, ti si sfracellano i coglioni!

Ecco l'elenco degli album, corredati come al solito da una bella playlist: una playlist di pezzoni che vedrei bene nelle più alte vette delle classifiche, ma che si trovano anche meglio, e ci stanno anche da DIO, ai fondi delle cantine.

Prima di lasciarvi alla musica volevo ringraziare Andrea Valentini e il suo Black Milk Magazine per le immancabili e preziose dritte musicali (Blood on the Saddle e Plutonium Baby li devo a lui) e il blog Sons of the Dolls per la gigantesca mole di materia rock'n'roll che mette a disposizione del prossimo (a lui/loro devo la conoscenza di The Bangsters, Gun Crazy e The Blackjacks)

Blood on the Saddle - Fresh Blood (SST, 1987)
The Bangsters - The Scarlet Plague EP (New Rose, 1985)
Plutonium Baby - Welcome To The Weird World (La vida loca, 2013)
Not Moving - Movin' Over EP (Electric Eye, 1983)
Orange Sunshine - Love=Acid, Space=Hell (Motorwolf, 2003)
Gun Crazy - Dropping Like Flies (Mortville, 2003)
Dead Ghosts - Can't Get No (Burger, 2013)
The Blackjacks - Dress In Black/Generic NYC Woman 7" (Mr. Spacemen, 1985)

lunedì 25 novembre 2013

Nero and The Doggs - Death Blues (Rocketman/White Zoo, 2013) / #review

La prima notizia - buonissima! - è che c'è in giro un nuovo album dei Doggs.
L'altra notizia è che i Doggs come li conoscevamo, i Doggs punto, sono morti e poi risorti con un altro nome: Nero and The Doggs, quasi a voler ricalcare le orme della storica transizione stoogesiana.

Archiviati i ruggiti rabbiosi di Red Sessions e Black Love, e accasatisi presso l'etichetta milanese RocketMan, Nero e i suoi amici ci rifilano un album di rock duro e oscuro che mescola la rabbia nichilista degli ultimi Stooges, le tenebre impenetrabili del primo Nick Cave solista, le spigolosità del noise newyorkese e l'epica rozzamente rock'n'roll di certo metal da risacca.
Un album deviato, pericoloso, rumoroso e nero come e più della pece. Malato, isterico, decadente, ubriaco, ossessivo, lascivo e drogato.
Musicalmente parlando, c'è meno punk rispetto al passato, e molto più hard rock e blues, meno attacchi frontali e più ballads decadenti. E sono proprio queste ultime a dare l'impronta a Death Blues.

Damaged Love, per dirne una, un ballatone hard cupo, sporco e drogato che si situa all'incrocio tra una I Need Somebody e una Johanna.
Blue Moon e, soprattutto, l'epica elettricità proto-metal di Death Blues: blues notturni e metropolitani da schianto, quasi un mistico e perverso incontro milanese tra la coppia Iggy & Williamson e Nick Cave.
A chiudere il lotto, Back To The End, che prova a resuscitare pure i Joy Division, seppellendoli in mezzo ad un mare di wah-wah ashetoniano.
Ballate, appunto, ma non solo. Se siete tra quelli che amano gli schiaffi a viso aperto, per voi c'è Sweet Confusion, un proto-punk arcigno e corrosivo e la bellissima Feel The Death, un pericoloso incontro tra gli Stooges di Raw Power e i Sonic Youth di Evol.

Appurato il (parziale) cambio di rotta, la domanda sorge spontanea: si stava meglio quando si stava peggio? A primo impatto direi di sì, le rozze zampate stoogesiane di Red Sessions le sento un gradino sopra. E qui c'è qualcosa che convince poco (Insanity, Have You Found Yourself, la produzione un po' troppo pulita che rovina alcune cosucce), mentre là no.
Ma credetemi, davvero, son quisquilie. Se non vi farete prendere dalla fretta (schifosa puttana, altro che cattiva consigliera), e dedicherete a Death Blues il tempo che merita, finirete per amarlo in modo folle. E ne uscirete soddisfatti, felici di aver scavato dentro l'anima(ccia) dei Doggs.

Best tracks: Sweet Confusion, Feel The Death, Damaged Love, Death Blues, Back To The End



 
links:
nero and the doggs
rocketman records
white zoo records

lunedì 11 novembre 2013

The Melvins - Tres Cabrones (Ipecac, 2013) / #review

Niente, avrei tanto voluto scrivere una bella e dettagliata recensione di Tres Cabrones, nuovo album dei Melvins (che poi, più che un nuovo album, è una mezza compilation di pezzi già apparsi su EP e singoli, NdR) uscito lo scorso 5 novembre per la fidatissima Ipecac Recordings. E invece non ne son più capace (e forse è meglio così, che almeno non spacco le palle al prossimo), e ne è uscita fuori questa roba qua, una minirece per lettori internauti incapaci di andare oltre le 2000 battute.
E comunque, Lenny Kaye ne ha scritta una migliore.

Ma bando alle ciancie e andiamo al sodo: Tres Cabrones è un bell'album. Un album discreto dai. Nulla di supereccitante, insomma, soprattutto se siete tra quelli che conoscono a menadito ogni singolo solco inciso negli ultimi 30 anni dalla band americana (non sono i Melvins di fine anni '80-primi '90, per intenderci, quelli di Ozma, Bullhead, Lysol, Houdini e Stoner Witch e dei singoli dello stesso periodo incisi per Boner, Amphetamine Reptile e Atlantic), ma si tratta probabilmente del loro album migliore dai tempi di Nude With Boots (2008).

Semplice, pesante, aggressivo, ruvido, psichedelico (in un modo che solo i Melvins), esilarante e sincero, come da marchio di fabbrica. I riffoni si sprecano, inframezzati da per nulla dolci discese agli inferi della psichedelia sludge (I Told You I Was Crazy), le canzoncine idiote pure (ma quelle non fanno testo, che già al secondo ascolto le salti a piè pari); la strana coppia ritmica Mike Dilliard alla batteria & Dale Crover al basso sembra funzionare e della chitarrona di Telespalla Osbourne non ne parliamo proprio.
Ecco, i synth sembrano messi un po' a cazzo di cane, e ogni tanto il trio delle meraviglie indugia un po' troppo nella sperimentazione fine a se stessa, o nella ricerca a tutti i costi dell'arrangiamento strambo, ma alla fine dei conti, tenendo anche conto dei 30 anni di carriera alle spalle, bisogna dire che ne escono vincitori pure stavolta. Rispetto!

Best tracks: City Dump, American Cow, Dogs And Cattle Prods, I Told You I Was Crazy, Walter's Lips



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venerdì 8 novembre 2013

The Movements - Like Elephants 1 (Crusher, 2013) / #review

I Movements sono una delle migliori band del pianeta terra. Punto.
Nessuno riesce a mischiare garage rock, psichedelia e folk in maniera così eccitante, oggi (e forse nemmeno ieri).
Nessuno ha quel farfisa, così dolce e prepotente, dal riff facile manco fosse una chitarra, nessuno quella voce così affascinante, sexy e rabbiosa, dolcemente folk e abrasivamente rock, nessuno quella scrittura, che riesce a mischiare ruvidità garage, rumore, finezze da folk band ed epica rock, nessuno quella capacità di imbeccare le melodie perfette.

Like Elephant 1, uscito lo scorso 25 ottobre per la lungimirante Crusher Records (presso la quale hanno trovato ospitalità anche i più che promettenti Dean Allen Foyd) non è nient'altro che, come suggerisce il titolo, il primo capitolo di una maestosa opera dal forte e speziato sapore folk-garage-psych (il secondo capitolo dovrebbe uscire all'inizio dell'anno prossimo).
Un'opera che riesce a riaffermare e rafforzare quanto scritto sopra. Riaffermare perché tutte quelle caratteristiche, che avevamo avuto modo di apprezzare nei dischi precendenti, emergono con forza anche dal disco in questione. Rafforzare perché i Movements sono riusciti a consegnarci un disco siffatto, un mezzo capolavoro del rock degli anni 10, semplicemente giocando a fare i Byrds. O i Love. O gli Who (periodo Who's Next). E vincendo a mani basse. 

Like Elephant 1 gioca con la tradizione folk e psych californiana come se fosse roba sua-e-solo-sua. Lo fa violentandola e stravolgendone i connotati attraverso un rock'n'roll sfregiato da infedeltà garage, ma anche pomposo ed epico, figlio dei migliori Who ma anche dei connazionali The Soundtrack of Our Lives. Lo fa richiamando lo spirito e l'urgenza di quella stagione ma finendo per suonare, alla fine dei giochi, come un album dei Movements. Riconoscibile come tale a miglia di distanza. Affascinante, trascinante e carico di pathos come ogni album dei Movements.

E ad ascoltare pezzi come The Death of John Hall D.Y. e Like Elephant 1 (byrds-loviane fino al midollo), Boogin' (con quel lungo interlude strumentale che fa molto Bargain), Two Tongues, Great Deceiver (il pezzo migliore del lotto e, probabilmente, la canzone più bella dell'anno), All The Lost (un perfetto garage rock dai contorni dark-psych), Ingenting Kommer Ur Ingenting (che si concede pure una pericolosa incursione in territori noise), pare proprio che non ce ne sia per nessuno. Capolavoro!

Best tracks: Boogin', Two Tongues, Great Deceiver, Ingenting Kommer Ur Ingenting

The Movements - Like Elephants 2 / #review



links:
the movements
crusher records

lunedì 4 novembre 2013

La meravigliosa playlist del lunedì / #cassettine

È lunedì. Giorno di merda per eccellenza, secondo molti; uno come tanti, secondo il modesto parere del sottoscritto. Comunque non peggio di tante domeniche spese a curar mal di testa autoinflitti.

Un lunedì pieno di musica, questo lunedì 4 novembre, come tanti prima e dopo di lui. Pieno di musica nuova, per essere precisi, di rock'n'roll uscito allo scoperto nell'anno di (dis)grazia 2013. Ma, cosa ancor più importante, anche perché trattasi di avvenimento non così frequente, pieno di nuova musica davvero buona
Tutta insieme, in un colpo solo, a spazzar via e sfanculare tutti quei giorni in cui mi son trovato ad ascoltare nuove uscite che valevano meno di uno schizzo d'urina sulla tavoletta del cesso.

Indi per cui, la meravigliosa playlist, atto dovuto verso me stesso e verso voi divoratori di rock'n'roll dal palato buono.

Qui di seguito i cinque album che hanno allietato il mio lunedì e, di seguito, la miniplaylist

Left Lane Cruiser - "Rock Them Back To Hell" (Alive): recensione qui
Blaak Heat Shujaa - "The Edge of An Era" (Tee Pee): recensione qui
Hot Lunch - "Hot Lunch" (Tee Pee)
The Movements - "Like Elephant 1" (Crusher): recensione a seguire
The Obits - "Bed & Bugs" (Sub Pop)

Left Lane Cruiser - Rock Them Back To Hell (Alive, 2013) / #review

Ci voleva proprio, il nuovo disco dei Left Lane Cruiser (il sesto in sette anni, se vi includiamo la collaborazione con James Leg), per sporcare di tossico e fastidioso rock-blues le strade sempre troppo pulite del rock del XXI secolo.

Ci serviva, per ricordarci della necessità storica di annegare il rock'n'roll nel fango del blues e di stuprare quest'ultimo con le armi e i rumori di un bel punk rock invecchiato di 30 anni.

E allora poche storie, rispolveriamo la nostra vecchia bottiglia di Old No. 7 e mettiamoci all'ascolto di queste piccole grandi gemme di slide-blues urticante (Be So Fine, per dirne una).
ZZ Top, White Stripes, Stooges, RL Burnside, MC5, The Cramps si mischiano e si contorcono nelle note di Rock Them Back To Hell; ma ancor di più sono il blues e il rock'n'roll nella loro forma più impura e bastarda (caldi come l'inferno, ruvidi come carta vetrata e molesti come un cowboy ubriaco), il whiskey, il tabacco, le tossine e una ferrea e smaliziata attitudine punk rock ad uscire prepotenti dalla penna di Freddie J IV e Brenn "Sausage Paw" Beck. Un mix eccitante, capace di risvegliare i morti.

Fortemente indicato per chi è alla ricerca di rock dal fegato devastato, sporco e spaccaossa, e per gli stomaci allergici alle edulcorazioni.

Best tracks: Zombie Blocked, Electrify, Overtaken, Jukebox, Righteous

 
links:
left lane cruiser
alive naturalsound

venerdì 1 novembre 2013

The Oblivians - Desperation (In The Red, 2013) / #review

Più lo ascolto e più mi piace Desperation, il nuovo album degli Oblivians per In The Red Records.

Forte, semplice, ruvido, melodico e trascinante: è come spararsi una dose di rock'n'roll purissimo per endovena, se capite cosa voglio dire.
Certo, Soul Food (1995) e Popular Favorites (1996) erano una spanna sopra, ci mancherebbe, e qui siamo più dalle parti dei Reigning Sound che dei vecchi Oblivians (o meglio, a metà strada tra i due).
Embè, allora che facciamo, li snobbiamo per una cosa tanto futile? Non vi piacevano i Reigning? Non sono stati forse, uno dei migliori act rock'n'roll degli anni 10?

Dato che la risposta non può essere che sì, lasciate stare quell'angioletto snob che vi pende dalla spalla destra ed ascoltate le parole del grande capo Estiquatzi: prendete una mattina a caso, una che il sole ha il testosterone a mille e non trova di meglio da fare che stuprare di giallo il grande cielo azzurro, e fatevi bruciare l'anima da questa becera collezione di pezzacci rock'n'roll-soul, e sbattevene del resto. Di tutto il resto.

Best tracks: I'll Be Gone, Em, Woke Up In A Police Car, Call The Police (bellissimo l'organo di Mr. Quintron), Pinball King, Fire Detector, Black Street Hangout, Desperation

 
links:

lunedì 28 ottobre 2013

Dead Meadow - Warble Womb (Xemu, 2013) / #review

Ce li avete 75 minuti di tempo? Intendo 75 minuti che non avete un cazzo da fare. Abbandonate il computer, i libri, il lavoro, e fermatevi ad ascoltare 'sto disco qua. Inoltratevi negli anfratti più bui e rumorosi di quei riff carichi di fuzz e di quell'atmosfera sognante e rilassata da estate dell'amore (sì, ok, una canna ci sta tutta).

Perdetevi per 75 minuti e fatevi trasportare dal wah e dai riverberi, dalla voce suadente, dal basso incredibilmente pulsante (che dal vivo fa la differenza, macinando riff come fosse una seconda chitarra, NdR), e da un drumming caldo e preciso che sa di jazz.

La notizia principale che accompagna l'uscita di Warble Womb è il ritorno di Mark Laughlin, batterista e membro fondatore della band (era il lontano 1998, e fu quel genio di Joe Lally a dar credito alla band, facendoli pubblicare per la sua Tolotta Records). L'altra notizia, anch'essa fondamentale, è che i Dead Meadow hanno pubblicato il loro miglior disco, o quasi.
Warble Womb riporta alla mente i fasti di Shivering King And Others, affascinando ed ammaliando l'ascoltatore con una bella collezione di ballate fuzzose e sognanti (e un pezzo dub, Copper Is Restless) a metà strada tra Neil Young, gli Spiritualized, gli Arbouretum e Jimi Hendrix, con il suono spesso e sporchissimo della immensa chitarra di Simon (senza dubbio uno dei migliori chitarristi in circolazione), sovente persa in lunghi assoli mozzafiato, a far da ciliegina sulla torta. Non sarà l'album dell'anno, per carità, ma un album da non perdere sicuramente sì.

Best tracks: 1000 Dreams, I'm Cured, Yesterday's Blowing Back, One More Toll Taker, All Torn Up, Copper is Restless

 
links:
dead meadow
dead meadow - facebook
xemu records

domenica 27 ottobre 2013

Non riposare in pace Lou


Non riposare in pace Lou, continua a camminare su quel cazzo di lato selvaggio, e sputa veleno sopra a questi adoratori tristi e increduli. 

I dischetti della domenica / #cassettine


O anche, del come sfangare una domenica di ottobre sfibrata da un forte dolore alla schiena (file under #porcoilcristo)

Mate, cime di rapa, succo d'arancia, una bella infornata di buon metallo e passa la paura.

High On Fire - The Art of Self Defense (Man's Ruin, 2000)
High On Fire - Surrounded By Thieves (Relapse, 2002) 
Melvins - Tres Cabrones (Ipecac, 2013)
Black Sabbath - Vol. 4 (Vertigo, 2002)

sabato 19 ottobre 2013

Spider Bags - Singles (Churchkey, 2013) / #review

Era dai tempi di Singles Going Steady, compilation dei 7 pollici degli inarrivabili re del pop-punk, i Buzzcocks (e son passati ben 34 anni), che non mi capitava di eccitarmi così tanto con una raccolta di singoli (di solito non amo le raccolte). Così tanto da considerarla alla stregua di un album vero e proprio, o fors'anche un gradino più sopra. 

Così tanto che mi scappa da gridare "Gabba Gabba Hey", o "Hey Ho Let's Go", quei vecchi ma immarcescibili slogan coniati dalla miglior rock'n'roll band di sempre (i Ramones, NdR).

Ve li ricordate gli Spider Bags, quelli di Shake My Head, dischetto caldo, sporco ed eccitante, che potremmo senz'altro definire l'album più divertente del 2012?
Beh, questo Singles non è nient'altro che la raccolta di tutti i singoli della loro carriera. Una compilation che si rivela incredibilmente appetitosa, sia per gli intenditori, che avranno l'occasione di mettere le mani su un bel pezzo di storia degli Spider Bags, che per i profani, che potranno utilizzare questa piccola finestra sporca di rock'n'roll, country, jazz, fuzz e rumore, per sbirciare nel mondo non facilmente accessibile di una delle migliori band americane degli ultimi anni, e iniziare a darle tutto l'amore e l'attenzione che merita.

Best tracks: Teenage Eyes, Walking Walking Nowhere Nowhere, Take It Easy Tonite, Dog In The Snow



links:
spider bags - facebook
churchkey records

lunedì 14 ottobre 2013

Monster Magnet - Last Patrol (Napalm, 2013) / #review

Pollice alzato per Last Patrol, nono album dei Monster Magnet, che esce giusto domani per i tipi della Napalm Records. Incendiario, decadente, sporco - lurido, direi, alla maniera degli Stooges - duro, ballabile e rock'n'roll dal profondo dell'anima. 
La domanda è d'obbligo: potevamo aspettarci di meglio da una band giunta al venticinquesimo anno di carriera, o giù di lì? La risposta è no, senza pensarci due volte.
Soprattutto per chi aveva ascoltato Mastermind (Napalm, 2010) sarebbe stato più logico attendersi un album di merda. Un feticcio per fanatici o poco più. 

E invece i Monster Magnet di Last Patrol spaccano e rummano (quasi)come ai bei tempi (quelli di Spine of God, Dopes to Infinity e compagnia bella, tanto per intenderci), tirando fuori pezzi duri, grezzi, tamarri (il giusto) e carichi di energia, che mandi a memoria in un nanosecondo, e che poi restano e invecchiano pure un sacco bene. Hard rock stonati e psichedelici immersi in un pantano blues da rimanerci secchi (Hallelujah). Ballate grungiose che neanche i Mother Love Bone (The Duke of Supernature)

Un ritorno più che gradito, un album da consumare in un loop infinito coi volumi al rosso.
Last Patrol (che potete streammare nella sua interezza via Noisey) è l'eterno schiaffo degli apocalittici del rock'n'roll sulle facce degli integrati del rock col bollino ©. 'Na cosa bella, insomma, da avere.

Best tracks: Last Patrol, Hallelujah, End of Time



Grazie ad Andrea Valentini di Black Milk Magazine per la provvidenziale segnalazione

mercoledì 9 ottobre 2013

nUOVe uSCITe. Ovvero, è arrivato l'autunno e s'è portato il rock'n'roll / #newreleases #cassettine

Dopo un lungo periodo di pausa, dovuto a cazzi, scazzi e controcazzi vari che non starò qui a raccontarvi, Loud Notes riapre i battenti, pronta ad affrontare un altro autunno/inverno con la tramontana che taglia il viso, il volume che spettina i capelli e il rock'n'roll che si fotte il cervello.

Un autunno/inverno (speriamo caldo e rivoluzionario) che si presenta, già da ora, con un'onda anomala di rock nuovo, lercio e corrosivo. Tutto insieme, nel giro di poche settimane, e senza sconti. Quindi, mi raccomando: orecchie ben tese, bicchiere pieno e prepariamoci a ballare, eccheccazzo!

Dead Meadow - "Warble Womb" (Xemu/Matador) ----- 7 ott
Chrome Hoof - "Chrome Black Gold" (Cuneiform) ----- 8 ott
Fuzz - "Fuzz" (In The Red) ----- 1 ott
Mind Spiders - "Inhumanistic" (Dirtnap) ----- 8 ott, ascolta
Pearl Jam - "Lightning Bolt" (Universal) ----- 15 ott
Red Fang - "Whales and Leeches" (Relapse) ----- 15 ott
The Movements - "Like Elephant 1" (Crusher) ------ 28 ott
Melvins - "Los Cabrones" (Ipecac) ----- 5 nov
White Lung -  "Blow It South" 7" (Deranged) ----- 5 nov
The Men - "Campfire Songs" EP (Sacred Bones) ----- 15 ott
Wooden Shjips - "Back To Land" (Thrill Jockey) ----- 12 nov
Royal Trux - "Veterans of Disorder" reissue (Drag City) ----- 19 nov
The Flaming Lips - "Peace Sword" EP (Warner Bros) ----- 29 nov
Glitterball - "Teen" (autoprodotto) ----- 5 ott
Golden Animals - "Hear Eye Go" (Reverberation Appreciation Society) ----- 24 sett
Lee Ranaldo & The Dust - "Last Night on Earth" (Matador) ----- 8 ott
Nero & The Doggs - "Death Blues" (Rocketman) ----- 16 nov
Blues Pills - "Devil Man" EP (Nuclear Blast) ----- 18 ott
Massimo Volume - "Aspettando i barbari" (La Tempesta) ----- 1 ott
Night Beats - "Sonic Bloom" (Reverberation Appreciation Society) ----- 24 sett
Shellac - "Dude, Incredible" (Touch&Go) ----- we still don't know dudes, incredible!
update: Monster Magnet - "Last Patrol" (Napalm) ----- 15 ott, leggi la recensione su Loud Notes
update 2: Giuda - "Let's Do It Again" (Damaged Goods) ----- 18 nov 

(e poi non andate in giro a farneticare che il rock'n'roll è morto, che vi stacco le braccine!)

Tanti di questi son già transitati per le casse del mio pc durante quest'ultima settimana, e ho avuto modo di ingurgitarli ben bene (soddisfatto? direi di sì. sazio? ancora no). Gli altri usciranno fuori con il peggiorare delle condizioni meteo.

Naturalmente, se avete qualcosa da aggiungere, qualche uscita da proporre, qualche commento da fare ai dischi in lista (vi son piaciuti? vi hanno provocato diarree istantanee? ditelo a Loud Notes) siete dannatamente benvenuti!

Aloha!

ps: ma un po' di musica no? maddai, invece sì. vi lascio con Blow It South delle White Lung (l'anno scorso ne avevo recensito Sorry per In Your Eyes Zine)

giovedì 25 luglio 2013

Queens of the Stone Age - ...Like Clockwork (Matador, 2013) / #review

Mi ci è voluto non poco per tirare fuori questa recensione dal cassetto. Mi ha bloccato, probabilmente, il rapporto di amore-odio che ho intrattenuto negli anni con la band di Josh Homme. Songs For The Deaf è stato, lo dico senza tema di smentite, uno degli ultimi album davvero importanti della storia del rock. Era Vulgaris, l'album che precede questa ultima prova (era il 2007), una merda inascoltabile, più o meno. Scialbo e mediocre, nel migliore dei casi.

Memore di quello schifo, sono rimasto sinceramente indifferente, quando non aggressivamente prevenuto, di fronte all'overdose mediatica e all'hype che hanno accompagnato l'uscita di ...Like Clockwork.
Quando infine, dopo considerevoli lotte intestine, ho scaricato il disco e l'ho "messo sul piatto", l'ho fatto con animo diffidente. Poi però, ascolto dopo ascolto, la diffidenza si è via via dissipata, e mi si è presentato alle orecchie un album affascinante e finanche trascinante, con tutti gli attributi al posto giusto.

Le melodie oscure e desertiche, brand inossidabile delle Regine dell'età della pietra, fanno il paio con un'ispirazione sonora multiforme, che mette in fila industrial rock, psichedelia, new wave, il pop-rock di origini bowiane, stoner rock, doom, masticandoli e risputandoli fuori come fosse normale ascoltarli in un disco con la leggendaria "Q" stampata sopra. Ne escono rigenerati, da questo incontro-scontro, tanto la band quanto i generi sopra menzionati.
Si parte con Keep Your Eyes Pealed, uno splendido incesto tra sonorità industriali, psichedelia, doom metal e matematica rock, e proseguendo con lo splendido rock chitarristico dall'appeal commercialemanontroppo di I Sat By The Ocean, o con la ballata dark e un po' barocca di The Vampire of Time and Memory, che ci regala dei QOTSA inediti giocare con la dolcezza di un piano in un crescendo epico e confortante.

Basterebbe questo trittico inziale a chiudere la partita e a rendere obbligatorio l'acquisto del disco (io lo sto facendo mentre scrivo), ma la carne a fuoco è davvero tanta. Siccome, però, il bello di un disco sta nell'ascolto, cercherò di limitarmi all'essenziale: che, tradotto in tracce di vinile, sarebbe If I Had A Tail, un rock sexy e intrigante che ti cattura da subito con quella sua anima desertica e quel suo cuore dark wave; Kalopsia, che porta in dote una bella alternanza di momenti soul psichedelici e scatti di reni da rocker incallito che gioca volentieri con rumore e melodia; concluderei poi con Smooth Sailing (qua sotto), un bell'esperimento di funk industriale che filtra col noise, reso ancor più convincente da una voce in falsetto che gli fa "come il cazzo alla vecchia".

Basta? Direi di sì. Un'ultima considerazione: dove lo trovate un altro che riesce a mettere insieme un disco così pieno di collaborazioni, tirando dentro pure quel cazzone di Elton John (gli altri? Mark Lanegan, Dave Grohl, Trent Reznor, Alex Turner, Jake Shears, Nick Oliveri) e a farlo suonare bene? Punto.


links:
queens of the stone age
matador records

Loud Notes comeback / #loudnotes

No, Loud Notes non ha chiuso i battenti, si è solo preso delle ferie un po' più lunghe del previsto. Lui. Io cazzi. La verità è che nell'ultimo mese, in tutt'altre faccende affancendato, non sono riuscito a trovare il tempo materiale per scrivere. Neanche un minuto che è uno! ...stamani finalmente sì.
E in attesa di mollare tutto e andare a far danno da qualche altra parte (aka le mie vacanze), volevo tornare su queste pagine ancora per un paio di settimane, per propinarvi qualche nuovo post: qualche recensione lasciata a metà per troppo tempo e tornata alla luce recentemente, la album list accompagnata da cassettina di "Le casse di Loud Notes", e forse anche qualcos'altro, tempo permettendo.

Forse sputerò fuori qualcosa già in giornata. Abbiate fede. Anzi no, la fede lasciatela a quelli che hanno smesso di pensare. Abbiate pazienza, piuttosto, a prescindere. E ascoltatevi queste due immense cavalcate: Machine Gun, del compagno Jimi, e Cowgirl In The Sand, dello zio Neil (che dev'essere già lì, buono buono che mi attende per venerdì sera).

martedì 2 luglio 2013

L'OCANOISE: le papere urlanti invadono Centeno / #news #festival #viterbo


È con grandissimo piacere, che mi scuote fin dentro le budella, che scrivo queste due righe per presentarvi un nuovo festival - quest'anno alla sua prima edizione -  uscito fuori dal buco del culo della provincia viterbese, in quel lembo di territorio, un tempo dogana papale, che ci divide dal Granducato.

Sto parlando de L'OCANOISE, una nottata di noise rock, psichedelia e svariate altre cose succulente che si svolgerà la prossima domenica 21 Luglio presso l'Agriturismo L'Ocanda di Centeno - Proceno (VT). che nasce con l'idea di creare un contesto di scambio concreto tra persone che operano o frequentano l'underground.

L'OCANOISE, momento conclusivo dell'evento culturale dei "Teatri di Paglia" (che si svolgerà dal 19 al 21 luglio presso nella medesima location e avrà come obiettivo il celebrarsi del simbiotico rapporto tra Arte & Natura), nasce con l'idea di creare un contesto di scambio concreto tra persone che operano o frequentano l'underground. Allieteranno la serata le esibizioni di Luciferi (noise, psychedelic rock), Myliac (ambient, drone) e Metzengerstein (eperimental, psychedelic, ambient), delle quali potete gustarvi un assaggino qua sotto.

In vista di tale evento, sarà possibile soggiornare presso L’ocanda ad un prezzo esclusivo, pensato appositamente per il pubblico de L’OCANOISE. Attenzione però, perché i posti a disposizione sono limitati, ed è dunque indispensabile la prenotazione, entro e non oltre il 14 luglio.
Per ulteriori info e prenotazioni: luciferiband@live.com / +39 3478986146
Direzione e contatti: AGRITURISMO L’OCANDA.IT / Via Cassia sn Centeno / CAP 01020 / Proceno (VT) / +39 0763 734462 antonella.bosio@agriturismolocanda.it
Evento facebook

martedì 25 giugno 2013

Blaak Heat Shujaa - The Edge of An Era (Tee Pee, 2013) / #review

Questi piccoli grandi eroi dello stoner francese li ho scoperti assolutamente per caso. Non ricordo neanche come, a dire il vero. Il loro primo album (l'omonimo Blaak Heat Shujaa, del 2010), consumato di ascolti durante il caldo inverno ateniese 2011-2012, mi aveva piacevolmente impressionato per la sua capacità di presentarsi come compiuta opera stoner ed heavy-psych mentre allo stesso tempo faceva a pezzi i cliché di quei generi. The Edge of An Era sposta l'asticella ancora un po' più in là, e il rock dei Shujaa si fa grande. 

Nei tre anni passati tra il primo e il secondo album sono cambiate molte cose in casa Blaak Heat Shujaa. La band si è trasferita da Parigi a Los Angeles, ha cambiato batterista, ha iniziato una proficua collaborazione con il produttore Scott Reeder (dalla quale è scaturito il precedente EP The Storm Generation, una serie di documentari sulle sessioni di registrazione e il disco di cui ci accingiamo a parlare) e ha firmato un contratto con la Tee Pee Records (etichetta responsabile delle uscite dei Naam, e degli esordi di Kadavar e Graveyard, tanto per citarne alcuni). Il sole del deserto californiano e il lavoro di Scott al mixer hanno impresso inevitabilmente il marchio sulla nuova creatura dei Nostri, donandogli quell'affascinante aurea desertica di cui il disco precedente era orfano. La band, dal canto suo, ha fatto anche di più, rompendo definitivamente gli argini del proprio songwriting per dar vita a qualcosa di nuovo e diverso, unico e riconoscibile tra mille altri.

Un sound, come dicevo poc'anzi, lontano dai cliché ultrariciclati di un genere, lo stoner rock, da troppi anni stantio e tendente al marciume. Non troverete, infatti, nella musica dei Blaak Heat Shujaa, walls of sound di distorsioni ed effettistica, la voce sballata e rauca da camionista ubriaco, i riffoni sabbathiani e le accelerazioni muscolari. Dovrete fare i conti, invece, con una genuina verve psichedelica (space), una sana precisazione krauta e una sincera vocazione sperimentale. Prog, per essere più precisi.
Una bella affermazione di originalità e indipendenza artistica che emerge anche dalle liriche, singolarmente infarcite di temi sociali e politici, inaspettatamente intelligenti e corrosive (per capire l'inaspettatamente è sufficiente farsi un giro dalle parti dei Fu Manchu). Il mondo non è solo donne e motori e i Shujaa, sul finire di un era, ci tengono a ribadirlo.

L'impianto musicale di The Edge of An Era si regge, principalmente, sui riff fuzzosi del chitarrista/cantante Bellier, sulle corpose linee di basso del bassista Morel, e sul dialogo costante e burrascoso tra i due strumenti. Un dialogo tra pari, dove non c'è prevaricazione (giusto per fare un esempio, anche se lontano anni luce: vi ricordate le chitarre di Tom Verlaine e Richard Lloyd su Marquee Moon?). Il drumming preciso, duro ed epilettico di Amster fornisce, poi, le fondamenta sulle quali innalzare le bellissime jam heavy-psych-prog che scaturiscono dai quei dialoghi.
Stoner rock, space rock, progressive rock, psichedelia, world music, convivono allegramente tra le note di The Edge of An Era senza annullarsi, modellando una delle delle opere più affascinanti della scena heavy-psych di questi anni. Un disco come un monolite, da ascoltare in blocco, talmente presente e imponente è la sua compattezza d'insieme, l'atmosfera (oscura) e il sound che lo scuote dall'inizio alla fine. Se vi eravate appuntati il nome dei Shujaa ora potete tranquillamente evidenziarlo a doppia mandata.

Best tracks: The Obscurantist Fiend (The Beast pt. 1), Society of Barricades, Pelham Blue



links:
blaak heat shujaa
blaak heat shujaa - facebook
tee pee records

venerdì 14 giugno 2013

Second H. Sam - The Girl, the Rabbit, and the Crow EP (MyOwnPrivateRecords, 2013) / #review #louditaly

Di Second Hand Sam avevo già parlato l'anno scorso in occasione dell'uscita del suo primo omonimo EP per la Shit Music for Shit People. Torno ad occuparmene grazie alla MyOwnPrivateRecords, etichetta romana che ha pubblicato l'EP di 4 pezzi (la stessa etichetta che ha pubblicato anche il nuovissimo e bellissimo EP degli Intellectuals, NdR) - in formato cassetta ed edizione limitata - che sta uscendo dalle casse del mio pc in questa tranquilla notte preestiva.

Quattro pezzi ne-ces-sa-ri, di quelli cotti e mangiati, pensati, suonati e registrati così come venivano fuori alla prima prova; quattro folk ballads caratterizzate da un'impronta lo-fi forte e sincera (da "live in cantina") ma non urticante, un'aura psichedelica calda e avvolgente e un'oscurità malata che aleggia tutt'attorno. Provate a mischiare Johnny Cash, Daniel Johnston, i 13th Floor Elevators, Nick Cave e Lydia Lunch e avrete un'idea (parziale) del suono di questo The Girl, The Rabbit and The Crow.

I fantasmi evocati dalle note e dalle liriche di Sam, prendono la forma sonora di piccoli schizzi di psichedelia oscura e ubriaca, bozze di ballate folk-blues dal gusto notturno e perdente (Love, Everyday), che odorano di cinematografo (Waltz For Lou), whiskey (la bellissima Castle of Love), tabacco e cantina. Un piccolo gioiellino di psych-folk, questo The Girl, un ascolto davvero piacevole, e uno di quei dischi per i quali vale la pena stare ancora qui ad ascoltare e scrivere, in compagnia di un bicchiere di vino rosso e un luminello, alle 2:30 di mattina di un giovedì qualsiasi. Buona notte amico strano. 


 
links:
second h. sam
myownprivaterecords

The Dirty Streets - Blades of Grass / #songs #streaming

Qualche tempo fa vi avevo parlato di una hard rock band di Memphis, i Dirty Streets, e del loro secondo lavoro, Movements, uscito nel 2011 per la tedesca Kozmik Artifactz.
Be', la notizia di ora è che i ragazzi son tornati, si sono accasati alla Alive Natural Sound, e hanno sfornato, lo scorso 9 giugno, il loro terzo atteso full-length, Blades of Grass.

In attesa di ascoltare l'album per intero, ci possiamo trastullare con due pezzi recentemennte apparsi sul profilo soundcloud dell'etichetta, Stay Thirsty e la title-track Blades of Grass. Due begli esempi di hard-rock blues sulla scia di band storiche quali Free e Grand Funk Railroad. Ad un primo ascolto, direi meglio la prima, più personale ed elettrica, meno Free-dipendente.

lunedì 10 giugno 2013

Tre Tigri Contro Amelie Tritesse split 7" (autoprodotto, 2013)

Questo split 45 giri, autoprodotto ed uscito in occasione dello scorso Record Store Day, è il frutto dell'incontro tra due band originali del panorama alternative rock nostrano. Due band venute fuori dal buco del culo della provincia italiana (Teramo, nella fattispecie) per gridare al mondo l'importanza delle periferie nella storia del rock'n'roll. O anche per meno, ma il risultato è quello. E per raccontare (e sputtanare) il (soprav)vivere in provincia.

Gli Amelie Tritesse, innanzitutto, che avevamo già ascoltato in occasione dell'uscita del loro Cazzo ne sapete voi del rock'n'roll, autori di un read'n'rocking originale che si muove tra folk e rock'n'roll, tra Gun Club e Massimo Volume, con un pizzico di elettronica. L'agnello di dio è un'altro riuscitissimo poema di strada in salsa rock'n'roll (tema, la Pasqua), sarcastico, pungente ed estremamente divertente, sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche. Rispetto all'album d'esordio, la musica si è fatta più grezza ed elettrica (e meno elettronica), meno autunnale e più anfetaminica, restituendoci un bell'esempio di roots rock'n'roll come solo i Gun Club (e ritonfa!)...o i Not Moving.  

I Tre Tigri Contro, per me, sono una novità bella e buona. Una banda di quattro elementi (chitarra, basso, batteria e sax) che ci propone una sorta di cantautorato rock dal sapore farsesco, affogato in una salsa acidula di rock'n'roll diretto ed essenziale. Un piacevole incontro tra certo cantautorato nostrano (Ivan Graziani e Rino Gaetano, ci sento io) e la tradizione rock'n'roll. Convincente oltremodo il loro inno anti-lavoro Il lunedì al sole (io non voglio lavorare più), fa ben sperare in un futuro discografico interessante. Da tenere sotto stretta osservazione.

Nota: Il disco è stato stampato in edizione limitata a 300 copie: 200 copie in vinile nero in busta di cartone pressato, 100 copie vinile colorato (rosso, giallo, verde) in scatole di cartone ondulato; tutte le copertine sono dipinte a mano.
Che ne dite di farci un pensierino?



links e contatti:
amelie tritesse - a.tritesse@gmail.com
tre tigri contro - stefano79minelli@yahoo.it

venerdì 7 giugno 2013

Goat - Dreambuilding 12" (Stranded Records/Sub Pop/Rocket, 2013) / #songs #streaming

Sono tornati i Goat, il collettivo world-psych-stoner più figo della Svezia (e del pianeta). Questo bel singolo è uscito lo scorso 20 aprile per Stranded Records (in 12 pollici di vinile bianco, nella foto qui a fianco) e tre giorni fa su Sub Pop e Rocket Recordings (in versione 7 pollici).

A me son sembrati magici come sempre, anche se un pelino meno heavy di come li avevamo ascoltati sullo splendido album d'esordio.

E, personalmente, preferisco il lato B, Stonegoat. Deve essere per quel fiume di wah wah hendrixiano che attraversa il pezzo dall'inizio alla fine. Al cuor non si comanda.

The Ex & The Brass Unbound - Enormous Door (Ex, 2013)

Un disco immenso, agitato, folle, colorato, curioso, danzereccio, imprevedibile, incazzato. Un capolavoro di patchanka che si muove sicuro tra free jazz, post-punk, rock'n'roll e musica popolare etiope (la collaborazione con il re del jazz Etiope Getatchew Mekurya ha lasciato un segno indelebile), senza neanche un tentennamento. Come se questi generi avessero sempre camminato a braccetto. Un capolavoro di post-punk contaminato e battagliero con il sole in canna, il pugno chiuso, la voglia di rock'n'roll e la quinta inserita. 
Azzardo. Nel suo "genere" (che sarebbe più corretto dire, nel suo miscuglio), non ascoltavo un disco così ispirato da...Sandinista, dell'unica band che conta.

Il mondo indie se ne sbatterà, forse pure quello dei rocker duri e puri (se ne stanno già sbattendo, in realtà, almeno qui da noi); voi non fate come loro, ché quando vi ricapita di ascoltare un disco così.

ps: ringrazio Bastonate, All About Jazz e Somewhere In My Memory per l'involontaria segnalazione.



links:
the ex

mercoledì 5 giugno 2013

Black Sabbath 13, il ritorno. Che era meglio di no / #loudnotes #review

Niente, era solo per dire piangere e urlare che 13, il nuovo album dei riuniti Black Sabbath mark I e 1/2 (con Brad Wilk dei RATM alla batteria a sostituire l'arrabbiato Bill Ward) è una cagata pazzesca, quasi come la corazzata Potemkin. Canzoni senza scorza e senz'anima (sono veramente rari gli scatti di reni: l'iniziale End of The Beginning, mi viene in mente), unite a una produzione da ergastolo opera del barbuto Rick Rubin, hanno fatto di quest'album un'opera da dimenticare dopo il primo ascolto.

Ché non è che avessimo tutta questa voglia di ascoltare i Black Sabbath suonare come un gruppo metaldimerda qualsiasi. 

E forse, quindi, era meglio lasciare tutto com'era, e starcene rintanati nelle nostre stanze ad ascoltare i primi 6 album del Sabba Nero (l'omonimo e Paranoid del 1970, Master of Reality del 1971, Black Sabbath vol. 4 del 1972, Sabbath Bloody Sabbath del 1973 e Sabotage del 1975), i capolavori che ne custodiscono la leggenda, immaginando i tempi che furono. Questo qua è l'epilogo non necessario. Uno schifo. Statene lontani.

ps: meglio dei Black Sabbath di 13, nel riprodurre il suono originario della band di Birmingham, hanno fatto gli Orchid di Capricorn (2011) e The Mouths of Madness (2013). Se proprio vi dovesse prendere un attacco di nostalgia, e non riuscite a calmarlo con gli album sopracitati (però poi mi spiegate anche perché), fatevi un giro da quelle parti.

ps2: i link al sito dei nostri e a quello dell'etichetta ve li cercate da soli, che io devo ascoltarmi War Pigs.

Le casse di Loud Notes / #cassettine

Le casse di Loud Notes è un affare nato per caso e senza meta sulla pagina fb di questo blog. Una roba inguardabile, a dir la verità, una serie fredda di elenchi di dischi, dell'anno in corso o dei 50 anni precedenti, passati prepotentemente e ripetutamente nelle casse del mio stereo durante un arco di tempo...a caso (sì, insomma, senza un criterio). Motivo? Nessuno. O forse qualcosa in fondo in fondo c'è pure. Forse è solo egomusicocentrismo, così, tanto per coniare un neologismo a caso. O forse il tentativo maldestro di dare conto della musica che percorre il condotto uditivo dell'autore di questo blog e di donare a voi che mi leggete dei meravigliosi quanto non richiesti suggerimenti di ascolto (o  di riascolto).

La pagina fb di Loud Notes, però, è una merda, e un peso al piede. In alcuni periodi è muta, in altri urlante, procede a singhiozzi. Perché la verità è che non ho il tempo né la voglia (non sempre) di aggiornare una pagina legata al blog con contenuti diversi da quelli del blog. È un doppio lavoro e non ha neanche molto senso: il blog è questo che state surfando, e tutti i contenuti devono partire da qui. Detto fatto: da oggi la pagina fb di Loud Notes funzionerà solo come feed del blog, e i contenuti musicali partiranno tutti dalle pagine di loudnotes.blogspot.it (oltre che dal mio account facebook, ma quello è un altro discorso). Quelli che erano gli aggiornamenti di stato della pagina (commenti a dischi, canzoni, qualche news buttata là, etc.) diventeranno dei mini-post del blog. E festa finita.

Ecco dunque spiegato il senso della nuova pseudo-rubrica #cassettine, che ingloberà pure il vecchio Loud Notes mix, rimasto al palo per troppo tempo. Una pseudo-rubrica, dicevo, libera nella forma e nel contenuto, che uscirà fuori accompagnata, per l'appunto, da una bella cassettina. Ché almeno così ci ascoltiamo tutti qualcosa, che a scorrere stupidi elenchi si rischia di frantumarsi i coglioni.

Fine pippone introduttivo. Passiamo alla musica. Buon ascolto.
  • The Kinks - Lola versus Powerman and the Moneygoround (Part One) (1970)
  • The 13th Floor Elevators - Bull of the Woods (1969)
  • Sic Alps - She's on Top EP (2013)
  • Motorpsycho - Still Life With Eggplant (2013)
  • Edible Woman - Nation (2013)
  • Ceramic Dog - Your Turn (2013)
  • The Doors - Strange Days (1967), Morrison Hotel (1970), L.A. Woman (1971)
  • Oblivians - Desperation (2013)
  • The Adverts - Crossing the Red Sea With the Adverts (1978)
  • Meat Puppets - Rat Farm (2013)
  • The Who - Tommy (1968)
  • Maston - Shadows (2013)
  • Bob Dylan - Bringing It All Back Home (1965)
  • Pere Ubu - St. Arkansas (2002)
  • The Saints - I'm Stranded (1977)
  • Fuzz - Sleigh Ride 7" (2013)
  • Wire - Pink Flag (1977)
  • Tad - Inhaler (1993)
  • Nick Lowe - Jesus of Cool (1978)
  • Die Kreuzen - October File (1986)
  • Elli de Mon - Leave This Town 7" (2013)
  • The Gun Club - The Las Vegas Story (1984)
  • Mission of Burma - ONoffON (2004)
  • Killing Joke - Night Time (1985)
  • Nebula - Heavy Psych EP (2008)
  • Richard Hell & The Voidoids - Blank Generation (1977)
  • Brother JT - The Sveltness of Boogietude (2013)
  • The Dream Syndicate - Live at Raji's (1989) 
  • Jennifer Gentle - Funny Creatures Lane (2002)
  • The Briefs - Sex Objects (2004)
  • Sic Alps - U.S Ez (2008)
  • Zolle - Zolle (2013)
  • Neil Young - Live Rust (1979)

lunedì 20 maggio 2013

Edible Woman - Nation (Santeria-Audioglobe, Wild Love, 2013)

Un paio d'ore fa, appena conclusasi la quotidiana lezione d'inglese (nella quale faccio la parte del prof!), mi sono messo al computer, come spesso capita, senza avere un bel cazzo di nulla da fare. E senza alcuna voglia di imbarcarmi nelle solite discussioni che popolano i SN. 
E allora, perso nell'indecisione sul da farsi, ho pensato di regalarmi un'oretta di relax ascoltando qualche novità. Decisione rischiosa, a ben vedere: sarebbe anche potuta essere la zappa sui piedi definitiva sulla mia voglia di far qualcosa, se solo avessi trovato uno dei soliti dischi di merda che infestano l'orbe terracqueo come la peste bubbonica. E invece m'è capitato per le mani Nation

Ora, se mi concentrassi cinque minuti potrei anche dirvi chi ha influenzato 'sti tipi qua (che sono già al quarto album), che cosa hanno mangiato stamani a colazione e che roba si fumano quando sono in tour, ma, 1) non ho alcuna voglia di concentrarmi: una giornata di lavoro + due ore di lezione d'inglese e ti passa persino la voglia di cagare 2) non è che mi interessi più di tanto darvi dei punti di riferimento quanto piuttosto farvi capire che 'sto disco merita veramente sia l'ascolto che l'acquisto 3) il disco non pulula di punti di riferimento (bontà loro) ma, santo dio (le lettere piccole sono volute), brilla di un eclettismo spastico che può solo riappacificare con la musica.

Il vecchio Julian Cope, loro grande fan, li ha definiti come "un gruppo di tori rabbiosi in un negozio di porcellane cinesi". Ed ha detto quasi tutto.

Nation è folk, alternative rock, rock'n'roll primordiale, post-punk, psichedelia e jazz. È praticamente tutto. O, se non proprio tutto, per lo meno tanto. È un ideale concept album sulle proprietà malsane e purificatrici del rock'n'roll. Sulla sua interminabile opera di bisturi psicologico. La follia e l'amore per la musica che si confondono e creano un'opera unica e, per certi versi, irripetibile. Il basso pulsa come il battito di un cuore amplificato e distorto, l'organo crea soffici tappeti di suono o saltella allegro e impazzito tra ritmiche che sanno farsi furiose, lente, o perdutamente sghembe; le chitarre si dividono tra arpeggi e rumori di ogni sorta, e persino un sax fa capolino qua e là, mentre la voce sembra declamare un lungo poema tragico dall'aura decadente. Un trip, praticamente. Di quelli seri. Di quelli che val la pena fare, per il corpo e la mente. Punto.



links:
edible woman
edible woman - facebook page
santeria
wild love records

mercoledì 15 maggio 2013

Zolle - Zolle (Supernatural Cat, 2013)

Primo: gli Zolle sono un duo composto da Marcello (aka Lan dei MoRkObOt) alla chitarra e Stefano alla batteria e allo xilofono. Suonano una sorta di sludge metal con una forte anima math-core. Secondo: il loro album di debutto è stato registrato da Michelangelo Roberti ai Mizkey Studio (MoRkObOt) e masterizzato da Giovanni Versari (Zu, Morkobot, OvO, One Dimensional Man). Terzo: l'album è stato registrato prevalentemente live, con overdubs ridotti al minimo, con una batteria fatta interamente di rame e un vecchio amplificatore degli anni '50. Quarto: Urlo degli Ufomammut e Roberto Rizzo dei Quasiviri/Runi hanno aggiunto il loro prezioso lavoro di synth.

Quinto: l'album è davvero bello. Adrenalina a pioggia iniettata da corposi riff sludge-stoner e da una feroce e precisa ritmica mathcore. E c'è pure spazio per xilofono e synth. Un salto nel buio accompagnato da una ruvida, secca e vigorosa lezione di stile. Sludge metal e post-hardcore. Un album sperimentale e strumentale capace di far perdere la testa già al primo ascolto. Lo ammetto: solitamente non amo (a parte qualche lodevole eccezione) né i dischi sperimentali né quelli strumentali. È l'una di notte di una giornata faticosa, ho appena finito di ascoltare Zolle senza neanche rendermene conto e l'ho rimesso dall'inizio. Buon segno no?

Inutile mettersi a scandagliare le singole canzoni, l'album va ascoltato come un tutt'uno, una colata lavica di riff sludge e soluzioni ritmiche eccentriche che invade orecchie e cuore dall'inizio alla fine dei suoi (circa)26 minuti di durata (altro grande pregio del disco: Sua Maestà la Concisione, il dire tutto il dicibile nei tempi giusti). Posso, però, svelarvi i miei pezzi preferiti, così poi magari mi dite i vostri: Mayale, Heavy Letam e Weetellah (che titoli geniali!).

Altra grande uscita per la Supernatural Cat, che ormai si sta solidamente assestando nell'olimpo delle migliori alternative metal label europee, dopo aver dato vita ai nuovi lavori di Incoming Cerebral Overdrive e, soprattutto, Ufomammut. Bella, come al solito, anche la copertina del Malleus Rock Art Lab. Pollice in sù su tutta la linea!



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