mercoledì 29 agosto 2012

Thee Jones Bones - Stones of Revolution (Il verso del cinghiale, 2012)

Due pessime decisioni hanno informato la produzione di questo quarto album dei Thee Jones Bones. La prima: una copertina un po' kitsch che non invoglia di certo ad avvicinarsi al disco. Secondo: la traccia di apertura, una ballata troppo soft e troppo lunga che incenerisce gli zebedei. Una roba che, proprio a volerla inserire, sarebbe stata bene in fondo al disco. Ma bando alle quisquilie e andiamo avanti, perché la verità è che le due pessime decisioni di cui sopra non sono riuscite a inficiare la bontà di un disco che per la restante parte del tempo...sputa fuori preziose perle di profanissimo rock'n'roll come fossero bruscolini!

Stones of Revolution è un album di rock'n'roll dalle venature hard sanguigno e roccioso, di quelli che ti fanno scattare all'istante e ti spingono il culo in strada. Già, perché è la strada il posto adatto per gustarsi un disco così, pieno di brani anthems che sputano ritornelli sing-along a manetta mischiati egregiamente a generosi, ambiziosi e grezzissimi riff di chitarra.
Un disco d'altri tempi, che farà la felicità di tutti gli amanti del rock'n'roll di stampo 70s, di tutti quelli che hanno lasciato che la loro puntina girasse impazzita tra i solchi di Exile On Main Street e Let It Bleed dei Rolling Stones, Quadrophenia degli Who o uno qualsiasi dei primi tre album dei Black Crowes. Un rock'n'roll di estrazione blues e southern (basti ascoltare la bella Help Me, con tanto di fiati a saturare l'aria) che fa ballare e cantare regalando attimi di reale coinvolgimento emotivo. Nulla di nuovo sotto il sole, ma l'astro brucia di sano e scoppiettante rock'n'roll e si fa fatica a non rimanere bruciati.

Oltre alla già citata Help Me, vi consiglio di soffermarvi un giro su Out of SYNC,  che sembra l'ideale e mai tentato incesto tra gli Who dei primi anni '70 e le New York Dolls, All For The Money, con quel riff che sfiora la perfezione hard-blues, l'hard boogie-soul pericolosamente sexy di Lost Cause, la cavalcata Leave This City che frammenta membra e rinvigorisce il testosterone a suon di slide guitars e caldissimi riff blues, e Thinking About You, con la paletta d'ebano della chitarra che ringrazia sentitamente il dolce trattamento "richardsiano". Stones of Revolution è caldo e suadente come il sole di questa porca estate, e allo stesso tempo fresco e dissetante come una bella birra ghiacciata. Che andate cercando?



links:
thee jones bones
thee jones bones - facebook
il verso del cinghiale records
il verso del cinghiale - facebook

martedì 14 agosto 2012

The UFO club - The UFO club (Reverberation Appreciation Society, 2012) / full album #streaming

The UFO club (nome preso in prestito dal più famoso club londinese) è il progetto parallelo di Christian Bland (The Black Angels) e Lee Blackwell (Night Beats). I due hanno firmato il debutto lo scorso giugno, sfornando un buon 10" split con i Night Beats che ha fatto la gioia di tutti gli amanti della buona psichedelia.
Le onde sporche, fangose e acide di quel debutto (che ci regalava una improbabile quanto ben riuscita cover di Be My Baby, delle Ronettes) fendono ancora l'aria, ma i due compagni di sventure, evidentemente, non sono ancora sazi.

E allora eccoli qui, tornare a farci visita con un bel full-length fresco d'uscita pubblicato dalla Reverberation Appreciation Society, l'etichetta che fa riferimento all'Austin Psych Fest. Le 11 tracce che compongono l'album sono state registrate nell'estate del 2010 ai Laguna Studio di Austin, con la produzione e il contributo di Skyler McGlothlin degli Shape Have Fangs (band fantastica, autrice dell'ottimo Dinner in The Dark l'anno scorso). 

L'obiettivo del duo è quello di "ri-immaginare il pop degli anni 50 attraverso il prisma della psichedelia dei 60s e il lavoro combinato delle chitarre di Bland and Blackwell”.
Il risultato (che potete ascoltare per intero qua sotto) è un'orgia di psichedelia pop dal sapore vintage, romantico, afoso e sonicamente avventuroso. Garage, pop, psichedelia, rock, rockabilly e noise si fondono in un tutt'uno, tenuti insieme da tonnellate di fuzz e fiumi di lisergia malata. Un disco che val bene un'estate come questa, in viaggio verso il nulla con i finestrini abbassati (e affanculo l'aria condizionata) e la testa in acido. Enjoy it!

[parte del testo del post è una traduzione libera dell'articolo pubblicato ieri da Consequence of Sound]



links:
reverberation appreciation society

lunedì 6 agosto 2012

Superfreak - Top Evidences Against Evolution (Lepers Productions, 2012)

Il Superfreak è un tipo strano che viene da lontano, da sud: un tipo schivo, folle, solitario, estroso ed edonista fino al midollo. Nessuno sa che faccia abbia. È probabile che non ce l'abbia proprio, una faccia. Che l'abbia persa durante una delle sue interminabili serate freak a base di erbetta magica, birrette e cartoncini. Gira sempre da solo, col suo cane, e comunica solo attraverso la sua musica. Oddio, musica. Sarebbe più corretto dire quel miscuglio di uova strapazzate e vino acerbo che lui considera tale.

Qualunque cosa sia è una roba così importante, per lui, che ha pensato pure di farne un disco (che in realtà è il quinto, se si conta la collaborazione con il compagno di sventure e di etichetta Alexander de Large). C'ha infilato dentro un po' di tutto: ballate folk (Wednesday) bordate country-hardcore (Isn't Up To Me), siparietti folk violentati da una incontenibile frenesia rock'n'roll (la bellissima G Sus o B) e ballate folk lo-fi (Gong). E sarebbe già un sacco di roba, se non fosse che il Nostro è riuscito a tirar fuori pezzi veramente formidabili come Polysemic Fear of The Trueness, No Sugar Will Touch My Shiny Being e I Can Make It. La prima, un classico cow-punk che resuscita i Violent Femmes riuscendo a debitar loro omaggio e a uscirne fuori originale. La seconda, una delle cose più bizzarre che si siano ascoltate negli ultimi tempi, un folk punk schizofrenico che lambisce lidi metal trasudando epicità, basso ventre, classicità e attitudine da strada. La terza poi, un alternative country-rock zoppo, leggero e irriverente che penetra ossa e neuroni con una facilità disarmante.

Le note e le liriche di Top Evidences Against Evolution sguazzano allegre e ubriache in questo pantano di suoni e direzioni dove rivivono, piacevolmente alterati, Meat Puppets, Violent Femmes, Minutemen e Daniel Johnson. Il tutto concentrato in 14 canzoni della durata di appena 30 minuti (perché la sua vita corre veloce, all'impazzata, e le sue canzoni non potrebbero essere da meno) pubblicate dalla Lepers Production, una free netlabel di lebbrosi e gente poco raccomandabile, degli sbandati come lui.
Niente fronzoli, dunque, niente architetture barocche, ma solo un buon folk-punk folle e schizoide che scivola via veloce pestando piedi, triturando riff frenetici, ritmiche impossibili e liriche sconclusionate e regalandoci un'infinità di punti di vista sul rock'n'roll. E noi tiriamo un gran sospiro di sollievo. Perché la semplicità sa esser rivoluzionaria, e se la mischi con un po' di follia apriti cielo! Grazie Superfreak, torna presto a trovarci.


links:
superfreak
lepers productions