mercoledì 4 luglio 2012

Tucano - Homeless Mandingo (Brigadisco, 2012)

Padre Pio non è Tucano! È con questa ovvia ma importante affermazione di identità che si apre Homeless Mandingo, il disco d'esordio di Tucano, moniker dietro il quale si nasconde Davide Starr degli One Fuck One.
La prima cosa che viene a mente ascoltando il disco è...ma chi cazzo gli suggerisce i titoli delle canzoni al buon Davide? Dell'opening track ho già detto. Seguono allegramente e in ordine sparso Mio zio si fa gli acidi dentro l'armadio, Rita ama Tarzan, Message part two/tenersi per mano è pornografia e la conclusiva God Save The James Deans. In un mondo perfetto un genio di tal fattura sarebbe insignito del nobel. Ma tant'è...

E la musica? Be', qui la faccenda si fa leggermente più complicata, e almeno un paio di ascolti sono necessari per carpire la natura dell'album. Perché veramente, al di là delle categorizzazioni tentate qua sopra, Homeless Mandingo (stampato in 62, dico sessantadue copie su cassetta) è un disco nel quale è difficile rintracciare punti di riferimento, generi preconfezionati o qualsivoglisa stronzata conosciuta dalla mente umana. E quindi? Fotte sega, in fondo, perché si tratta comunque di un album interessante e divertente capace di regalare 45 minuti di viaggio tra i folli sentieri della sperimentazione sonora.

Homeless Mandingo (che si presenta agli occhi con una copertina bellissima disegnata da Ciro Fanelli) è un contenitore musicale dove potete trovare un sacco di elettronica (Rita Ama Tarzan su tutte), drones allucinati e allucinanti che danno vita a quella psichedelia lo-fi saturata di noise che tanto c'è garbata negli Heroin In Tahiti, morbidi acidi lisergici da camera (Mio zio si fa gli acidi dentro l'armadio), schizzi di wave impazziti che fendono l'aria (Ufo M Ufo, Message part two/tenersi per mano è pornografia), momenti synth punk a-la Suicide (l'opening track) e campionamenti i più vari (bella la scelta di affiancare il proclama nazista al sermone in stile Radio Maria in Padre Pio non è Tucano; o la voce di Bush sul finale di God Save The James Deans). Un trip lungo un disco, per semplificare. Un'esperienza sonora che, pur con i dovuti limiti dettati dalla fruibilità della proposta, merita senz'altro di essere intrapresa.




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