giovedì 28 giugno 2012

The Sick Rose - No Need For Speed (Area Pirata, 2011)

Ne avranno già scritto cani e porci, di questo disco. Data novembre 2011. Preistoria, per chi usufruisce della musica alla stessa maniera di un consumatore di merendine. L'altroieri, per chi, il rock'n'roll, ce l'ha nel sangue.
Inutili perdere troppo tempo in presentazioni. Loro sono i Sick Rose, e se ancora non avete sentito parlare di quella che è stata la miglior garage band europea (e forse mondiale) degli anni '80, be', allora avete senz'altro bisogno di un corso accelerato di rock italico. O, più semplicemente, di un percorso a ritroso lungo i sei album che hanno costellato, ad oggi, la discografia della band. Dal garage rock arrogante immerso nel farfisa dei primi dischi negli anni '80, al proto-punk stile MC5 al caramelloso e adrenalinico powerpop degli ultimi lavori.

No Need For Speed è il loro sesto album e si inserisce alla perfezione all'interno del percorso musicale tracciato a grandi linee qui sopra. Anzi, costituisce l'apice artistico dell'ultima incarnazione dei Sick Rose, spingendoli su per l'olimpo delle migliori powerpop band di sempre. "11 medicine pop per ridurre lo stress della vita di tutti i giorni". Così spiega il sottotitolo, e forse basterebbe questo a descrivere il disco. Adrenalina a go-go bagnata di melodie e zucchero filato. Power pop, di quello fatto con i controcazzi, signore e signori.

Una macchina da guerra ben rodata, quella dei Sick Rose, che segue i sentieri già tracciati da band sacre del genere quali The Beat, The Knack, buttando nella mischia l'istinto da hit makers dei primi R.E.M. (Putting Me Down), e l'energia rock'n'roll dei Ramones. Il disco è veramente ricco, e ci regala un piacevolissimo quadro fatto di pezzi aggressivi (Action Reaction, a metà tra la sensibilità pop di Paul Collins e l'attitudine punk dei Ramones), ballate strappalacrime (Pathetic Girl), classici pezzoni power pop rock'n'roll che sanno allo stesso tempo d'estate e di umida cantina rock (Before You Go), due belle cover (Magic Teacher dei Dixies e Drop By And Stay dei Piper) e pezzi più particolari dal feeling molto street garage (la bellissima The Life).

No Need For Speed è un disco semplicissimo nella sua struttura profondamente pop, dolcemente aggressivo, sinceramente appassionato e incredibilmente appassionante. Uno di quelli che metti sul piatto e non te li scordi più. Che metti nello stereo della macchina e ti ritrovi a Palermo che non sai neanche come. Una roba che ogni buon appassionato di rock'n'roll dovrebbe sempre tenere a portata di mano. Non siate da meno!


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sick rose
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sick rose - reverbnation
area pirata

lunedì 25 giugno 2012

Belt of Vapor - Buck 7" (Whoa! Boat, 2012)

I Belt of Vapor non sono nessuno, e vengono praticamente dal nulla (Spokane, nello stato di Washington, è qualcosa che al nulla ci assomiglia davvero molto). Ma com'è noto, a Loud Notes non frega un bel niente del lignaggio delle band che passano sotto la sua lente di ingrandimento, e quindi eccomi qui a presentarveli con tutti i crismi del caso.

Loro sono un power trio (formula rock incapace di invecchiare!) e questo Buck è il loro esordio su 7 pollici per la sempre attenta Whoa! Boat Records, un etichetta che sta lì a ricordarci che quei suoni che diedero vita all'epopea grunge-noise sul finire degli anni '80 non sono esattamente morti e sepolti sotto l'arroganza dell'eroina e dei gruppi cerca successo. E che invece son sempre lì da qualche parte ad alimentare il sacro fuoco dell'underground americano.

Un fuoco che, se alimentato a dovere, potrebbe sfociare in un incendio di proporzioni bibliche. I Belt of Vapor ne sono un fantastico esempio, e ce lo sbattono in faccia con un suono ruvido, oscuro e liricamente appassionato che ci ricorda i fasti di grandissime band quali At The Drive-In (eccoli là, li riconoscete su Buck?), Shellac Fugazi e Jesus Lizard. Il tutto concentrato in due pezzi, Buck e Genius/Failure, che fanno a pezzi in modo violento e premeditato ogni velleità commerciale gettandoci in una melma viscosa dove post-hardcore, noise e qualche formula matematica per nulla invasiva convivono appassionatamente bruciando sottopelle. Non un capolavoro di originalità, ma un buon 7 pollici che ci mostra una band con i controcazzi sulla quale scommettere per il futuro. Io l'ho già fatto, voi che aspettate?

 
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lunedì 18 giugno 2012

"Combat Rock", ovvero il rock'n'roll (e l'arte) al servizio del conflitto (o "del non avere un cazzo da fare") / #loudnotes

Era troppo tempo che Loud Notes non se ne usciva con post perversamente e irrimediabilmente fuori contesto. Che va bene ascoltare e recensire musica, però un po' di cazzeggio infame e antagonista ci sta pure, e di che tinta!

Eccomi qua, allora, per colmare questo vuoto sciorinandovi alcuni pensieri (domande e dubbi perbacco, che son mica il Profeta) sconnessi e senza filtro sul ruolo dell'arte e dell'artista nella società. Già, la società: quello schifoso mostro senza testa che ci ripropone con sfrontata continuità sfruttamenti, guerre, ingiustizie e ridicoli, quanto pericolosi, fascismi d'accatto. Sempre nuovi e, allo stesso tempo, sempre irrimediabilmente vecchi da far schifo (perché come diceva il compagno Gramsci "la storia insegna, ma non ha scolari").

E allora, mi son detto io (che va be', non sono un cazzo, ma nessuno mi impedisce di filosofeggiare), che cazzo ci capa l'artista, il cultore del bello, dell'estetica e della creatività, in questa società reazionaria di merda? Ecco, questo è un po' il tema. Qua sotto, in ordine cronologico, i tweet che ne hanno rivelato il contenuto. Godetene o buttateli nel cesso, fotte sega! 

A che servono la e l'arte se non si occupano della società e dei suoi conflitti? Pensate sia solo una questione d'intrattenimento?
L'industria culturale è l'unica declinazione possibile del fare e diffondere contenuti artistici e musicali?
Se l'arte e la musica sono solo un prodotto come tutti gli altri, dove sta l'indipendenza intellettuale e artistica degli attori culturali?
Deve o no l'artista porsi il problema del suo rapporto con la società nella quale vive? E, forse, risolverlo in modo conflittuale?

Domande? Contributi? Ingiurie? Faccino pure...

Di seguito, a mia insindacabile decisione (questa, così come la copertina qui sopra, non sono state scelte a caso), la colonna sonora della chiacchierata. Già, perché devo pure ringraziare chi - come e - hanno già partecipato alla discussione su tritter. Aloha!

giovedì 14 giugno 2012

(AllMyFriendzAre)DEAD - Black Blood Boom (Overdrive, 2012)

Un nome rubato ad una canzone dei Turbonegro. Una band (cioè, 5 figli illegittimi di Chuck Berry!) che trasporta rock'n'roll su e giù per lo stivale (partendo da Reggio, mica pizza e fichi!) da ormai 5 anni suonati. Una copertina da urlo che piscia punk'n'roll da ogni dove. Una promettente etichetta calabrese (la Overdrive Records) che grida al mondo "siamo stati sordi, ora vogliamo rumore". Non basta?

Gli (AllMyFrienzAre)Dead giungono al secondo album ufficiale (dopo Hellcome del 2010) con il coltello fra i denti, la pistola in fondina, il plettro in taschino e un'idea fissa in testa: riportare il rock'n'roll alle origini, bagnarlo di surf e fango psych, sporcarlo di high-energy punk rock e attitudine garage e mandare candidamente tutto affanculo. Obiettivo centrato in pieno cazzu iu!

Le 11 traccie che compongono Black Blood Boom sono canzoni da tutto e subito che picchiano e scappano lasciandoti a ballare folli cavalcate garage-psych violentate dai Misfits e dai Dead Kennedys (l'opening track We Kill X) Crampsiane discese agli inferi in versione hard (Donnie B Good, della quale potete guardarvi il fantastico video pulp qua sotto) o interessanti sviolinate Dick Dale su atmosfere dark, che manco l'avessero scritta i Fuzztones (Funeral Blowjob). E va bene che i Sonics li coverizzano pure i sassi, ma 'sta versione di The Witch ha un sacco di cose da dire! Svettano su tutte Vagina Pectoris e My Dog Is A Kamikaze (ma chi cazzo glieli suggerisce i titoli delle canzoni a questi qui?): immaginatevi un classicone rockabilly versione hard-rock imbastardito da una voce iper-incazzata e da un sax impertinente e frivolo. E un rock'n'roll-blues anni 50 violentato da una band hardcore. Ci siamo? Siete pronti a ballare questa orgogliosa e lubrica danza infernale? 



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lunedì 11 giugno 2012

The Melvins - Freak Puke (Ipecac, 2012)

Quando avete tempo mandate a cagare tutto (europei, governo Monti, il nuovo disco di Neil Young & Crazy Horse, la duecentesima reunion dell'anno buona solo per gli adoratori dei musei viventi, etc., etc.) e ascoltatevi il nuovo disco dei Melvins.
La band di Buzz & Dale scalcia come un mulo impazzito e non se la sente proprio di mettere il sigillo definitivo al proprio trentennale lavoro al servizio del rock'n'roll! Neanche per il cazzo!

Eccoli qua, dunque, a scompigliare le carte in tavola come sanno fare solo loro, i Melvins Lite. Cosa? Già, perché i nostri due vecchi rockers hanno deciso di cambiare faccia ancora una volta. Lo hanno fatto abbandonando (momentaneamente) la coppia Big Business che li aveva coadiuvati da (A) Senile Animal in poi e cooptando l'amico Trevor Dunn (già in Mr. Bungle, Fantomas e Tomahawk), che ha prestato i suoi ottimi servigi da contrabassista a questa nuova incarnazione della band.

Freak Puke è un disco che puzza di heavy rock anni 70 (forse come mai prima), che regala jam pesanti e acide rese ancora più particolari e interessanti dal lavoro di Dunn agli archi, ovunque presenti e decisamente protagonisti nei 2:31 di discesa agli inferi di Holy Barbarians. Il resto è il solito monolita Melvins, ma aggiornato e rinfrescato da una vena acidissima (la vibrante Mr. Rip Off), squisitamente hard rock (Baby, Won't You Weird Me Out), o vagamente sperimentale (Worm Farm Waltz). Se poi avete bisogno di una dose di Melvins vecchio stampo potete ciucciarvi la bellissima cavalcata sludge di A Growing Disgust. Difetti? Si, il lungo mantra sperimentale Tommy Goes Bersek annoia un bel po', ma una caduta di stile di fronte a cotanta classe hard gli si può anche perdonare.

Grande disco, insomma, ancora una volta. Si rilassino i celebratori delle morti del rock e gli apologeti dei suoi infiniti salvatori: finché ci sono in giro i Melvins il rock'n'roll non avrà niente da temere!



links:
the melvins
the melvins - facebook
ipecac recordings

venerdì 8 giugno 2012

Incoming Cerebral Overdrive - Le Stelle: A Voyage Adrift (Supernatural Cat, 2012)

Ve lo dovevo. Vi ho cagato il cazzo per mesi con questo disco e poi neanche lo recensisco? Non esiste. Anche perché gli I.C.O. hanno mantenuto le promesse e hanno tirato fuori un buon disco, che merita un ascolto attento da parte di tutti i fan dei suoni pesanti.
Le Stelle è un grandioso concept album che trasuda un animo metallico e una verace passione hardcore (grind) filtrandoli attraverso la ricercatezza stilistica del progressive e un copioso uso di synth. Un affare di difficile digestione ma di sicuro impatto emotivo che flirta con cosucce come Neurosis, Mastodon, King Crimson, Area, Converge e Isis! Un buon album, che sebbene non riesca ad eccellere "buoneggia" a piene mani e si situa un passo in avanti rispetto al precedente Controverso (Supernatural Cat, 2009).

Mirzam è il lasciapassare per Le Stelle: un pezzo violento e marcio che aggredisce l'ascoltatore con una voce grind-black, una linea di basso violenta e metallica e strutture ritmiche prog che dilatano le atmosfere e rilassano a dovere rendendo accessibile la tempesta sonora. Riescono a fare ancora meglio con Betelgeuse, con un bel ritmo sincopato, inaspettati fraseggi di chitarra e una voce che sa scalare e discendere montagne tra cupi momenti black metal e scatti di violenza grind modulati da un effettistica usata sempre a dovere. Da segnalare anche Sirius B, un violento attacco hardcore-prog supportato da bordate di synth vecchio stile. Il viaggio si conclude con l'hardcore supertecnico di Bellatrix (i Mastodon violentati dai Converge) e il mantra doom post-core di Rigel.

Kochab e Polaris appaiono un po' stanche e fuori fuoco e in generale le velleità progressive e sperimentali rendono il tutto di difficile digeribilità ma...bando ai detrattori! Le Stelle è un disco ben fatto, che ha il pregio di crescere con l'ascolto, forte di alcuni pezzi veramente da urlo e di arrangiamenti mai banali che rendono l'esperienza appagante. Date retta ad un cretino, sarebbe un peccato lasciarselo scappare!

 
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incoming cerebral overdrive
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supernatural cat
malleus rock art lab

mercoledì 6 giugno 2012

Daisy Chains - Donors EP (RocketMan, 2012)

I Daisy Chains sono una mia vecchia conoscenza, avendone già recensito il bellissimo A Story Has No Beginning Or End e avendo intervistato il loro frontman Carlo Pinchetti non molto tempo fa.
Tornano sulla breve distanza a farmi buona compagnia con questo Donors, ma mostrando un'altra faccia.

La musica dei Daisy Chains ha (definitivamente?) abbandonato Londra per trasferirsi negli USA, lasciato alle spalle il post-punk d'Albione per abbracciare un malinconico, rumoroso (figlio delle melodie in salsa noise dei Dinosaur Jr) e a tratti psichedelico pop-rock d'oltreoceano. 

Il cambiamento (peraltro già in parte anticipato al sottoscritto nell'intervista di cui sopra) è di quelli che si avvertono alla prima nota: una nota che esplode malinconica, melodica e piacevolmente noise nelle casse dello stereo. Che sa farsi splendida architettura noise pop (Second Rate Teen), con le chitarre che indicano "youthianamente" la strada per il sogno; che usa prepotenza e fuzz al servizio di sofferti scatti d'ira (Cut, insieme il pezzo più particolare e bello dell'EP) o si addentra in malinconici anfratti dream pop a malapena sfiorati dal rumore (Faded). In coda all'EP troviamo il rock-pop di Shame e un riuscito noise-pop dai tratti psichedelici sfibrato dalle chitarre stile J Mascis (Donors) che esplode in un ritornello trita cervello.

In attesa della consacrazione del nuovo sound su LP vi consiglio caldamente di procurarvi questo gustoso antipasto.