mercoledì 16 maggio 2012

Common Deflection Problems - We All Play Synth (Brigadisco, 2012)

La matematica non è mai stata il mio forte. Anzi, sarebbe più corretto dire che è sempre stata il mio punto debole. Discorso ben diverso devo però fare per la matematica applicata all'ambito musicale. Non che sia un fan sfegatato del math rock, di quelli che vanno cercando solo chitarre e ritmiche quadrate e assenza di melodia. Ma devo ammettere che alcune band del genere (Jesus Lizard e Shellac su tutte) stanno tranquillamente appollaiate nell'olimpo delle mie band preferite di sempre.

Questi Common Deflection Problems si inseriscono proprio in quel solco storico, calcato nel nostro martoriato Belpaese da band faro come Uzeda, Zu e Three Second Kiss. E, pur non riuscendo a raggiungere i livelli delle band appena menzionate, questi tre ragazzi italiani emigrati a Londra conoscono bene il fatto loro e sanno allietarci con un math rock rigorosamente strumentale di buona fattura. Un rock dai contorni spigolosi e oscuri davvero ben suonato che a me (povero stronzo ignaro della storia del math) ricorda quello degli immortali Don Caballero depurati della rabbia rumorista e arricchiti di una vena squisitamente indie.

E ce lo spiattellano in faccia senza troppi convenevoli, attaccando le nostre orecchie con il ritmo geometricamente schizofrenico e le velleità indie di The Cult of Molok. Si replica poco dopo con Steve, che ci scopre disattenti e ci attacca a suon di buon math rock d'annata armato di stop & go a non finire e di un bel finale in riffare. Il disco sembra voler crescere di canzone in canzone, e Hugo In The Continent sembra quasi voler fare l'amore con un certo post-hardcore di 90s memoria (i Fugazi di End Hits, giusto per intenderci) accompagnato da una ritmica quasi tribale. Urania, invece, non riesce davvero a lasciare il segno, impantanata com'è in divagazioni sperimentali che poco spazio lasciano a calore e melodia. Ma è solo un intermezzo, perché Lot of Fun Down The Vatican (titolo fantastico, come anche quello dell'album) mantiene esattamente quello che promette, proiettando le ritmiche dispari su un tappeto sonoro post-hc che si avventura in anfratti noise. Conclude Kasbah, brano che si guadagna a testa bassa la palma di migliore del lotto introducendo momenti vocali in un impianto finora rigorosamente strumentale, nuove ritmiche, parti melodiche e chitarre più piene, riuscendo così a variare il tema di un disco forse penalizzato da eccessiva vena sperimentatrice che poco spazio lascia all'immediatezza di ascolto.

 
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