giovedì 19 aprile 2012

Talisman Stone - Lovecraftopolis (Moonlight, 2011)

Se qualche hanno fa mi avessero detto che mi sarei innamorato del doom avrei dato da matto. Io il metal non l'ho mai digerito, e anche quando ce l'ho fatta è sempre uscito con prepotenza dallo sfintere anale. Il doom invece (e lo sludge), da qualche anno ormai (diciamo da un paio di anni fa, quando gli Electric Wizard se ne uscirono con quel capolavoro di estetica e sonorità doom contaminate da psichedelia 60s che è Black Masses), fa parte integrante dei miei ascolti musicali. Una sorta di rifugio oscuro e pesante per le mie orecchie avide di rumore, una casa dolce casa che diventa tanto più accogliente quanto più si contamina con altre sonorità e altre estetiche. Una cosa, la contaminazione, che sembra essere diventata negli ultimi anni (da Black Masses appunto) una regola non scritta del genere, una felice ossessione dei Doom kids che ci sta regalando una stagione di dischi "superiori".

Una regola alla quale non si sottraggono neppure questi italianissimi Talisman Stone (che degli Electric Wizard hanno fatto anche la spalla), alla loro seconda prova discografica dopo il buon Sunya del 2010. Fortuna nostra. Perché questo trio che suona senza chitarre, composto per 2/3 da bassisti e per 2/3 da donne (definizione loro) è un'autentica forza della natura, una band che sa fare della contaminazione tra i generi la sua forza principale buttando nel calderone doom e sludge, ma anche oscure tracce di post-punk, aperture world music e pericolose fiammate noise. Vigorose e oscure architetture sludge-doom vengono affrescate a suon di bassi, batteria, synth e effetti vari, una splendida voce femminile e, udite udite, tabla e sitar!

Basta ascoltarsi la traccia di apertura di Lovecraftopolis, By The Sun of The Light Keeper, per rendersi conto di essere di fronte a un gruppo non convenzionale. Il doom viene dispiegato e disciolto da una celestiale voce femminile, assalti noise e infiltrazioni di sitar, che donano al pezzo una aria orientale. La successiva Internal Dictatorship fa ancora di più, con il sitar che introduce una ossessiva ritmica doom e 8 minuti di sperimentazioni piacevolmente "fuori tema". La successiva Power Is A Splendid Shroud apre con due minuti di sitar (sembra quasi di ascoltare un gruppo di musica tradizionale indiana) per poi tuffarsi in un pezzo dalle atmosfere dark-industrial con l'oscura voce maschile ad accompagnare la celestiale voce femminile in una lunga marcia verso un bellissimo abisso industrial-doom che sposa la world music e la psichedelia. L'album si conclude con Lovecraftopolis (part II), un mantra lungo 18 minuti che attraversa synth acuminati e dolce melodie di sitar per poi perdersi in un pezzo lento e cavernoso di difficile definizione che forse annoia un po' per via della lunghezza eccessiva.

Lovecraftopolis è un buon disco, scritto e suonato da una band con grandi idee e capacità superiori, un album che può rientrare di diritto tra le uscite più interessanti del panorama metal (doom) italiano degli ultimi anni.



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