mercoledì 8 febbraio 2012

Il Cielo di Bagdad - Unhappy The Land Where Heroes Are Needed or lalalala, ok (Autoprodotto, 2012)

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Febbraio è il mese del folk e della psichedelia. Chi l'avrebbe mai detto? Sei lì che aspetti il nuovo anno in tutta tranquillità, e quello ti crolla addosso con una melma di suoni liquefatti e lisergici, da farti venire voglia di intraprendere quel viaggio che non hai mai provato e che (probabilmente) mai proverai. E come nelle migliori storie (o in quelle più mainstream, fate voi) un viaggio difficile e senza luce (il bellissimo Anguane) è seguito da una passeggiata tra colori, profumi e suoni celestiali.

Questo è un po' il riassunto del suono de Il Cielo di Baghdad, band un tempo dedita a oscure e malinconiche sonorità post-rock (Export For Malinconique, 2008) e recentemente convertitasi ad una sorta di sperimentazione folk-progressive colorata. Non c'avete capito una mazza vero? Be', provate allora a mettere insieme i Beatles di Magical Mistery Tour (We're Fine) e il pop barocco dei primi Arcade Fire (It's Over) e vedete se riuscite a cavarne qualcosa...ecco, è un po' come se questi ultimi, invece di aver dato alla luce il bellissimo Funeral avessero partorito un immaginario Carnival, un barocchismo pop-folk profumato di margherite e viole anziché di rose bianche.

Una psichedelia burlona vestita a festa, che canta un "lalalala" a volte infantile e gioioso (Happy Heroes) a volte più adulto e rifinito (il bellissimo singolo lalalala, ok), o un "hey ho" buono per una serata danzante tra adolescenti (Stop! Stop! Stop!: e qui forse esagerano un po'!). Il tutto è circondato e affogato in una overdose di suoni dolci e caramellati che fanno da giusto contorno ad un pane imburrato a dovere (The Light Place). Violini, pianola, cori a non finire, chitarre, basso, percussioni, batteria, synth, e forse è meglio smetterla qui perché si finisce per rimanerne ubriachi senza neppure volerlo.

Un disco dagli spunti decisamente interessanti (lalalala, ok, We're Fine e It's Over sono da manuale della psichedelia pop), ma che forse si perde troppo spesso in un barocchismo fine a se stesso non riuscendo a concludere. Ecco. E forse Brecht era meglio non scomodarlo. Non per un semplice "lalalala".


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