martedì 31 gennaio 2012

The Afghan Whigs - Congregation (Sub Pop, 1992)

Scusate se insisto con gli anni '90. Non vorrei essere ridondante, no, era solo per ricordare che giusto vent'anni fa (il 31 gennaio 1992) usciva questo disco (oggi cosa esce?). Non un disco qualsiasi, ma un immenso capolavoro dell'era grunge e, quindi, della storia del rock. Qualcosa di lontano anni luce dall'ennesima next big sensation creata ad hoc dalla stampa musicale, qualcosa che dura nel tempo e che migliora con il passare degli anni, come del buon vino rosso. 

Un concentrato di carta vetrata e margherite, un fiore scuro e luminoso, un suono insieme celestiale e infernale che ti esce dalle casse e ti invade la stanza rendendola inaccessibile al rumore. Una romantica poesia di strada che illumina la notte e oscura il giorno!

È il terzo lavoro per gli Afghan Whigs (recentemente tornati insieme), il secondo targato Sub Pop ma il primo senza his Grungiety Jack Endino alla console. I solchi di Congregation sono attraversati da un pregevole mix di post punk, noise e hard rock con una forte anima soul: una roba mai vista prima (e neanche dopo)! Un disco che aggredisce gli occhi ancor prima che le orecchie, con una delle più belle copertine che la storia del rock ricordi. Un album che rompe gli argini musicali iniettando copiose dosi di soul e funk (Congregation ne è l'esempio più pregnante) all'interno di un genere (il grunge) per sua natura hard ma come mai altri prima (e dopo) permeabile alle influenze. Se aggiungete a questo una voce calda e passionale come poche, un lirismo inconfondibile e una band padrona e cosciente dei propri mezzi avrete Congregation: un capolavoro!

Questa non può essere una recensione come le altre e non c'è ragione di andare troppo lontano con le parole. Trovatelo, procuratevelo in qualsiasi modo, compratelo, rubatelo, e infine mettetelo sul piatto e premete play. Ed ascoltatevi la poesia rock (altro che Alice In Chains!) di pezzi come Turn On The Water e Conjure Me: basterebbero questi 8 minuti e 15 secondi a conferire lo status di leggenda alla band di Greg Dulli. E, fidatevi, c'è così tanta roba qua dentro da rimanerne ubriachi. Di una delle sbornie più belle che mai prenderete.

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