martedì 31 gennaio 2012

The Afghan Whigs - Congregation (Sub Pop, 1992)

Scusate se insisto con gli anni '90. Non vorrei essere ridondante, no, era solo per ricordare che giusto vent'anni fa (il 31 gennaio 1992) usciva questo disco (oggi cosa esce?). Non un disco qualsiasi, ma un immenso capolavoro dell'era grunge e, quindi, della storia del rock. Qualcosa di lontano anni luce dall'ennesima next big sensation creata ad hoc dalla stampa musicale, qualcosa che dura nel tempo e che migliora con il passare degli anni, come del buon vino rosso. 

Un concentrato di carta vetrata e margherite, un fiore scuro e luminoso, un suono insieme celestiale e infernale che ti esce dalle casse e ti invade la stanza rendendola inaccessibile al rumore. Una romantica poesia di strada che illumina la notte e oscura il giorno!

È il terzo lavoro per gli Afghan Whigs (recentemente tornati insieme), il secondo targato Sub Pop ma il primo senza his Grungiety Jack Endino alla console. I solchi di Congregation sono attraversati da un pregevole mix di post punk, noise e hard rock con una forte anima soul: una roba mai vista prima (e neanche dopo)! Un disco che aggredisce gli occhi ancor prima che le orecchie, con una delle più belle copertine che la storia del rock ricordi. Un album che rompe gli argini musicali iniettando copiose dosi di soul e funk (Congregation ne è l'esempio più pregnante) all'interno di un genere (il grunge) per sua natura hard ma come mai altri prima (e dopo) permeabile alle influenze. Se aggiungete a questo una voce calda e passionale come poche, un lirismo inconfondibile e una band padrona e cosciente dei propri mezzi avrete Congregation: un capolavoro!

Questa non può essere una recensione come le altre e non c'è ragione di andare troppo lontano con le parole. Trovatelo, procuratevelo in qualsiasi modo, compratelo, rubatelo, e infine mettetelo sul piatto e premete play. Ed ascoltatevi la poesia rock (altro che Alice In Chains!) di pezzi come Turn On The Water e Conjure Me: basterebbero questi 8 minuti e 15 secondi a conferire lo status di leggenda alla band di Greg Dulli. E, fidatevi, c'è così tanta roba qua dentro da rimanerne ubriachi. Di una delle sbornie più belle che mai prenderete.

lunedì 30 gennaio 2012

Idol Lips - Scene Repulisti (Nerdsound/White Zoo, 2011)

Aaaahh, il punk! Che boccata d'aria fresca! Mea culpa per non essermi avvicinato prima a questo splendido album di fresco, irruento, arrogante e sgraziato punk rock stradaiolo di marca italica!
Gli Idol Lips tornano in carreggiata dopo un cambio di line-up partorendo un terzo LP (dopo i buoni Too Much for The City e Love Hurts, rispettivamente del 2006 e 2008) che sembra provenire direttamente dal buco di culo del 1977, con quel mix travolgente di chitarre rock'n'roll affilate come rasoi, voce aggressiva e arrogante, coretti azzeccati e una sezione ritmica spaccasassi. 

Un disco fresco e diretto (non immaginate quanto sia confortante poter usare queste due parole in una recensione), che ti sputa in faccia senza troppi convenevoli un rock'n'roll punk di altri tempi, figlioccio di band immense quali Damned, Heartbreakers (quelli di Johnny Thunders, ovviamente), Stooges (periodo Raw Power), Buzzcocks e Dead Boys.
Difficile resistere al glam-punk di Down By L.U.V., agli anthem rock'n'roll punk di D.T.K e Don't Want You Around o alle "Turbonegrine" You Gotta Chose e Hey Baby. È roba pericolosa, che gambizza al primo colpo e che ti entra in testa senza lasciarti neanche il tempo di dire "a".
Inutile sprecare troppe parole: Scene Repulisti è una bomba, grezza e intelligente, che ti esplode nelle casse e in poco più di 30 minuti fa piazza pulita di tutta quella noiosa merda indie che le tue povere orecchie sono costrette a sorbirsi nel corso di un lunghissimo anno solare. Ed è una cazzo di liberazione!



links:
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idol lips - twitter
white zoo records

Cloud Nothings - Attack On Memory (Carpark, 2012)

Signore e signori, ecco a voi il disco più recensito dal web di questo povero gennaio 2012. Sarò breve, davvero!
Attack On Memory è la seconda prova sulla corta distanza (dopo l'omonimo dell'anno scorso) del nuovo superhero dei lo-fi teenager americani, tale Dylan Baldi. Un disco per il quale si è scomodato nientepopodimeno che Mr. Steve Albini, e tanto basta ad attirare l'attenzione dei curiosi (anche la mia, per dire). Ma non basta affatto per meritare la sufficienza, anzi!

Trattasi infatti di mezza tacca: un disco che inizia bene-anzi-benissimo con una doppietta di brani (No Future/No Past, Wasted Days) dal piacevole retrogusto post-hardcore (dei quali potremo tranquillamente rintracciare i legittimi proprietari, ma lasciamo stare!) per finire poi affogato in un melasma di melodie facili, ritornelli finto accattivanti e liriche scontate da far cadere le braccia a ogni piè sospinto (ascoltare per credere Fall In, Our Plans, No Sentiment e Cut You). Il tutto è immerso in un'atmosfera nostalgica e melanconica modello anni '90 alla quale però manca completamente cuore e anima per poter risultare credibile (se cercate anni '90 con cuore e anima fatevi un giro qui). Viene da chiedersi come abbia potuto il buon Steve prestare le proprie mani e il proprio tempo a cotanta nullità...bah!
Bocciato in pieno signor Baldi, o per lo meno rimandato a settembre. Poteva limitarsi ad un bellissimo EP di due pezzi e le avrei fatto un monumento, ma per un album così sciapo e innocuo si merita il cestino! Bam!

giovedì 26 gennaio 2012

Loud Australia / #loudnotes

Succede che una mattina a caso (stamani) accendi il pc e ti scopri che tutti sono impazziti per l'Australia Day, la più importante festa nazionale australiana, quella che ricorda lo sbarco della First Fleet nella baia di Sydney, evento che segna la fondazione dello stato nazionale australiano. Succede che tanti, su Facebook, Twitter (dove l'hashtag #australiaday è stato trend topic per almeno un paio d'ore) e chissà dove altro, hanno deciso di dare importanza alla festa condividendone il logo, facendo auguri a destra e a manca e parlandone come fosse una cosa che li riguarda molto da vicino.

Ti guardi intorno e ti viene da chiederti se tutte queste amabili persone innamorate dell'Australia Day dimostrino un identico fervore patriottico, ogni anno, quando nella nostra povera e martoriata Italia si celebra la nostra più importante festa nazionale: il 25 aprile, la Liberazione del paese dall'oppressione nazifascista (giusto per mettere i puntini sulle i: non una fantomatica data della riconciliazione nazionale ma una data di conflitto, che segna discontinuità tra un prima e un dopo), una delle date simbolo per la nostra democrazia. E ti viene da pensare - con il cuore pieno di pregiudizi magari, certo - che no, che tutta questa gente (o gran parte di essa) è semplicemente fottuta nel più profondo dell'anima da un sistema di comunicazione di massa che non contempla l'opzione "libero arbitrio" (figuriamoci quella ancor più umana di "libertà") e che l'unica cosa che conta è "seguire il trend". Oggi il trend è la festa nazionale australiana e quindi dobbiamo sorbirci la psicosi collettiva degli auguri transcontinentali! Che noia!

E attenzione, con tutto questo pippone non voglio certo dire che gli australiani non meritino i nostri auguri (lungi da me!), quanto piuttosto sottolineare il fatto che sarebbe bene dare un senso alle nostre azioni, anche quando queste prevedono un semplice click sulla tastiera del nostro computer. E credo che l'unico modo per scongiurare la sindrome del "click compulsivo" sia quello di pensare, far fare un click al cervello e provare ad approfondire (anche se di poco) la nostra conoscenza della realtà. 

Ecco, per l'appunto, mi sarebbe piaciuto che tutti coloro che si sono precipitati a condividere l'ennesimo augurio per l'Australia Day sul proprio social network preferito si fossero posti delle semplici domande: cosa mi viene in mente quando penso all'Australia? Cosa ne so di quel paese? Domandoni eh? Io una MIA risposta ce l'ho, è uno dei motivi per cui questo blog esiste e perciò voglio condividerla con voi: i Radio Birdman!
Una band? Certo, che vi aspettavate? Siamo su Loud Notes, mica su Repubblica! Posso farvi tutti i pipponi che volete, ma qua dentro si parla pur sempre di rock'n'roll! E a me l'Australia ricorda inevitabilmente i Radio Birdman (oltre ovviamente ad un sacco di altre band: potete nominare le vostre se volete), in quanto band fondamentale per la mia formazione musicale e autrice di uno dei cinque dischi dei quali non potrei proprio fare a meno, Radios Appear. E dato che l'ho messo sul piatto di buon mattino e non riuscirò ad ascoltare altro per il resto della giornata, ho deciso di proporvi un pezzo (ma che dico un pezzo, un pezzone!) tratto da quel disco, anno di(s)grazia 1977. Alzate i volumi e gustatevelo tutto d'un fiato! Tanti auguri, Australia! :-)

Micah P. Hinson - Patience / #loudnotes

Ormai sta diventando un classico di Loud Notes. Ogni tanto devo uscire con la fungata, il post che veramente non c'entrava un cazzo e che trova senso solo nelle mie scorribande internaute e nei miei ascolti random. Ed eccolo di ritorno (dopo questo e questo), per la croce e la delizia di voi che mi leggete.
Stasera per esempio, incazzato come un ape contro il mondo per l'hype che circonda il recente disco di Bon Iver, che come ho avuto modo di affermare altrove (vedi foto) contiene una delle canzoni più orrende del 2011, mi sono perso nell'ascolto dell'intera discografia (in rigoroso ordine cronologico) di un altro folk singer contemporaneo, il buon Micah. P. Hinson. Un personaggio affascinante e controverso (vi consiglio di leggervi la biografia su Ondarock) che se ne uscì a metà della decade scorsa con due splendidi album (ne ha fatti 6, ma di splendidi solo 2) di folk sofferto e notturno. Su tutti, il capolavoro Micah P. Hinson and The Gospel of Progress, del 2004, che contiene questa breve e incazzata Patience, un capolavoro di lirismo e minimalismo. Perfetta per chi sta perdendo la pazienza...e affanculo Mr. Iver!

mercoledì 25 gennaio 2012

Loma Prieta - I.V. (Deathwish Inc., 2012)

Facebook - Lomablog - Deathwish Inc.
Si tengano lontani gli stomaci deboli, da un disco come questo. Si avvicini per favore il restante stuolo di debosciati che adorano urla, rumore, violenza e indomita passione hardcore. Perché qui dentro ne avrete di che saziare i vostri cazzo di appetiti infernali!
Quello che state per mettere sul piatto è la quarta prova di un quartetto di stanza a Frisco (che evidentemente non è solo "estate dell'amore" e tutte le altre minchiate hippy che vi vengono in mente) dedito alla violenza screamo e hardcore. E, come avrete occasione di sperimentare sulla vostra stessa pellaccia, si tratta di una signor prova (forse la migliore made by Loma Prieta e senza alcun dubbio uno dei dischi hardcore del 2012).

I.V., licenziato da quel covo di signorotti d'alta classe che è la Deathwish Inc., è un disco impressionante che spruzza rabbia e disperazione da tutti i pori (come dovrebbe fare ogni disco screamo o hardcore che si rispetti) con una passione, una dedizione, un livello di scrittura e una precisione di esecuzione che farete difficoltà a trovare in altre band del genere. Fatevelo dire da uno che (generalmente) non ama questa roba, e che stavolta è rimasto letteralmente folgorato: i Loma Prieta sono in grado di mettere in riga e spaccare il culo a qualunque band screamo odierna vi venga in mente nei prossimi 30 minuti.

E se proprio non volete dar retta a un cretino, mettete il disco sul piatto e fatevi aggredire dallo screamo da manuale di Fly By Night (ve la potete ascoltare qua sotto). E non provate a rilassarvi, perché l'hardcore della successiva Torn Portrait vi trascinerà in un mosh pit violentissimo senza che neanche ve ne accorgete.
Sembrerebbe già abbastanza, ma se avete ancora tempo e fiato sarà bene che vi lasciate violentare le orecchie dalla trilogia noise-grind di Momentary, Half Cross e Forgetting, la dimostrazione reale e concreta che i Loma Prieta sono una band che ci sa fare di brutto e che è in grado di scrivere grandi canzoni. Se volete respirare, ci sono i 43 secondi di Untitled, dopodiché l'inferno, di nuovo, per un'altra dozzina di interminabili minuti nei quali post-hardcore e screamo vanno a braccetto (non troppo)allegramente (Uniform).
Lasciatevi catturare da questo I.V., immergetevi in questo oscuro e interminabile tunnel di violenza e disperazione. Perché, dopotutto, Aside From This Distant Shadow, There Is Nothing Left.

ps: un grazie particolare a giorni di boria per avermi, involontariamente, fatto conoscere questa band fornendomi così l'occasione di scriverne su Loud Notes.

  
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deathwish inc.

martedì 24 gennaio 2012

Lemmings - Hiroshima / #video

Un Loud Notes parzialmente rinnovato torna per presentarvi il bellissimo videoclip realizzato da Luna Gualano per i romani Lemmings. La canzone clippata è la splendida Hiroshima (tratta dal recente Teoria del Piano Zero), uno dei pezzi più belli dell'anno appena trascorso che ora viene giustamente accompagnata da un video della stessa caratura. Complimenti ragazzi!



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giovedì 19 gennaio 2012

Silver Rocket - Old Fashioned (Mexican Standoff/AfMusic, 2011)

Ok, lo so, siamo nel 2012 già da un paio di settimane abbondanti, e di dischi ne stanno uscendo a tempesta... ma che cazzo posso farci se l'anno passato continua a pestare forte nelle orecchie costringendomi a scrivere?
Prendete questi Silver Rocket ad esempio, usciti fuori dall'email e saltati direttamente al collo, con quel nome rubato a QUELLA canzone. Con quell'estetica e quel suono old fashioned (che val bene il gioco di parole, ma il titolo se lo sono praticamente bevuto), figlio del noise rock a-la Sonic Youth, di gran parte dell'alternative rock anni 90, di certo post-punk inglese, come del garage rock drogato di psichedelia shoegaze dei Black Rebel Motorcycle Club.

Come restare indifferenti di fronte a una opening track (The Worst Is Yet To Come) che suona come la traccia perduta di Sister se mai i Sonic Youth avessero filtrato con il garage rock? E che dire, invece, di quei sporchi fraseggi noise rock (Saturate) che sembrano usciti dalla penna di un J Mascis in combutta con Jason Pierce? Niente da dire, tanto di cappello. E se tutto ciò non vi è bastato i Silver Rocket vi rifilano pure un pizzico di post-punk all'inglese con venature stoner (Indifferent), che sinceramente non guasta niente in mezzo a un disco come questo (e non sarebbe guastato neanche in mezzo ad Humbug, degli Arctic Monkeys).

Il quadro è completato da romantiche ballate pop sommerse da rumorismi (Walk Out The Door) e da semplici quanto meravigliose creature di noise-rock chitarristico che devono qualcosa ad un ipotetico trio delle meraviglie Moore-Barlow-Mascis (Failure and Disaster). C'è anche qualcosa meno a fuoco (Static), ma è veramente impossibile non amare alla follia la scheggia impazzita di Untitled, che piega ai propri scopi Sonic Youth, Iggy Pop e Division of Laura Lee, o la splendida ballata The Target, che mescola allegramente Velvet Underground e Spacemen 3.

No, per chi è rimasto marchiato a fuoco dall'alternative rock anni 90 (e io sono uno di quelli) è impossibile tacere e passare sottogamba dischi come questi. Sarà pure nostalgia, chiamatela come cazzo volete, ma questa è musica tremendamente eccitante!



links:
silver rocket
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af music

mercoledì 18 gennaio 2012

Slumberwood - Anguane (Tannen, 2012)

Narra una leggenda popolare veneta che le Anguane - figure metà donna e metà serpente - abitino le profondità dei laghi e le rive melmose dei torrenti e attirino bambini e ignari viaggiatori per affogarli nel buio delle acque lacustri.
E questa è un po' la fine che rischia l'ascoltatore sprovveduto che si trova a mettere sul piatto il secondo album (il primo fu Yawling Night Songs, del 2009, per A Silent Place) degli Slumberwood: essere trascinato al fondo da una creatura bella, strana, oscura e imprevedibile.

Il quintetto padovano, coadiuvato in cabina di regia e in fase di arrangiamento da quel genio di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle (e supportato ai cori da Federico dei Father Murphy), è riuscito a dar vita ad un meraviglioso quanto inquietante viaggio psichedelico nel lato più oscuro della nostra mente. Come fosse una passeggiata lungo le oscure rive del Po' durante una fredda, umida e nebbiosa notte autunnale in compagnia dei vostri fantasmi più inquietanti.

E che il viaggio sia pericoloso lo si capisce da subito, quando i cinque minuti di 7th Monn of Mars immergono l'ascoltatore in una melma pop rock buia e vischiosa, con centinaia di spiriti impazziti che intonano cori satanici alle sue spalle.
Il disco prosegue sulla stessa lunghezza d'onda, regalandoci il capolavoro gothic-prog dall'andatura sghemba di Emerson Laura Palmer (titolo geniale!): il punto più alto toccato dal disco (ve la potete ascoltare qua sotto).
Help Me Grampa è un dolce pop topsichedelico che sembra stato scritto da dei Radiohead durante un lungo viaggio in acido. La ripetizione infinita dei versi Help Me Grampa sembra avere una incompiuta funzione salvifica, che si spegne contro un coro di fantasmi e suoni robotici.

La corsa del lupo è una ballata costruita su un arpeggio di chitarra che si ripete e cresce di continuo, incamerando suoni ambientali durante la sua dolce corsa verso l'ignoto.
Sargasso Sea ci ricorda i migliori Jennifer Gentle, con quel sapore acidognolo di opera rock scritta per una oscura piece teatrale.
Ma la vetta in termini di oscurità spetta ad Harmonium, un dark-ambient scuro come la pece costruito su organo infernale che fa da sottofondo a cori celestiali e alla recitazione dolce e sofferta di una voce che viene dall'aldilà.

Una stravagante e teatrale (che psichedelica è poco) creatura pop, questo secondo disco degli Slumberwood. Un'opera estremamente interessante, costruita su un groviglio di suoni e voci che seguono una traccia il più delle volte oscura: una creatura mutante che cresce ad ogni ascolto trascinandovi in un vortice di acque sporche e suoni melmosi. Un'esperienza dura e impegnativa, ma che merita comunque di essere affrontata!  

  
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tannen records

martedì 17 gennaio 2012

Sonic Youth Disappears

È di dominio pubblico ormai da un pezzo: il divorzio della (ex) supercoppia Moore-Gordon sta portando una delle band più importanti di sempre (i Sonic Youth appunto) verso un ormai quasi certo scioglimento (e come diceva qualcun altro, that legendary divorce is such a bore!). Che ci sarebbe da piangere a dirotto, se non fosse per il fatto che (magra consolazione), a quanto sembra, i quattro dinosauri newyorchesi non abbiano intenzione alcuna di mettere a tacere gli strumenti.

Ce l'ha dimostrato il vecchio Ranaldo, che si è da subito messo al lavoro per far uscire il nuovo disco solista (l'ultimo era del 2008), Between The Times and The Tides (Matador). Un disco nel quale, come potete facilmente constatare da soli, il nostro segue la strada già battuta dall'ultimo lavoro del partner in crime Thurstoon Moore, spegnendo le effervescenze chitarristiche nelle acque molto più tranquille di un songwriting di matrice folk-rock (sic!).

Website - Blog - Kranky Records
Ma se c'è qualcuno là fuori che riuscirà a tenere alto il nome dei Sonic Youth, per lo meno nel breve periodo, questo è senza dubbio Steve Shelley. Lo schivo batterista ha infatti recentemente prestato le bacchette al nuovo disco dei Disappears, Pre Language, che uscirà il prossimo primo marzo per la Kranky Records. Un disco che, a giudicare dalle premesse (qua sotto potete ascoltarvi la bellissima opening track Replicate), si presenta come moooolto interessante. Attendiamo fiduciosi. 


 

sabato 14 gennaio 2012

Outside Inside Records, benvenuta!

Outside Inside Records, la nuova etichetta come ai vecchi tempi

Questo lo slogan  - ed è tutto un programma - scelto dalla nuova nata nel panorama delle etichette indipendenti italiane, la Outside Inside Records. Figlioccia dell'omonimo studio di registrazione analogico trevisano, la nuova label si propone di dare alla luce produzione discografiche curate nei minimi particolari e, soprattutto (e qui sta il senso dello slogan), di organizzare insieme alle band l'intera filiera della produzione discografica (produzione, gestione, promozione, distribuzione) come si faceva "ai vecchi tempi". Inoltre, l'intero parco album dell'etichetta vedrà la luce in edizione di lusso contenente vinile, cd e download digitale.

E per dare un senso a tutto ciò, la Outside Inside ha deciso di fare le cose in grande, e di farsi battezzare da due nomi grossi dell'indie nostrano. Nei prossimi mesi di febbraio e marzo, infatti, la nuova arrivata darà alla luce - con il concorso esterno della navigata Wild Honey (che a noi piace ricordarla così!) - i nuovi album di Movie Star Junkies e Mojomatics.

Il 29 febbraio prossimo uscirà Son of The Dust, la nuova fatica (la terza, se parliamo di full length) dei torinesi Movie Star Junkies, che ci ricordiamo per i due splendidi album (Melville, 2008 e A Poison Tree, 2010) usciti per la svizzera Voodoo Rhythm Records. Il nuovo album segna una importante evoluzione nel suono dei nostri, che immergono le ormai consuete “murder ballads” nel songwriting scuro e epico dei maestri Neil Young e Leonard Cohen e in certe sonorità rhythm and blues dei primi anni settanta, dando maggior forma e compattezza ai brani. Son of The Dust è stato registrato in presa diretta in una vecchia stalla del cuneese con l’aiuto di Massimiliano Moccia e con la collaborazione di Nathalie Naigre e Marie Mourier (ai cori in diversi brani dell’album), Federico Zanatta (Father Murphy) anche lui ai cori e Michele Guglielmi (oAxAcA) al fender rhodes.

Un mese più tardi, il 29 marzo, sarà la volta di You Are The Reason of My Troubles, il quarto album del duo veneto dei Mojomatics. A ben quattro anni dall'ultimo favoloso full length Don't Pretend That You Know Me (Ghost, 2008) - che si beccò un fantastico 2° posto nella mia top ten di quell'anno - The Mojomatics tornano a rinfrescarci la memoria con 12 succulenti "brani-singolo" pregni di rock'n'roll, folk, blues e melodie merseybeat. Le solite influenze un po' retrò che già conosciamo, rielaborate da un notevole songwriting, rimescolate in modo molto personale e sputate in faccia con l'arroganza di una garage punk band degli anni zero. 

Entrambe le band sono attualmente impegnate ad ultimare le registrazioni, finire gli artwork e girare i videoclip dei singoli, pronti per portare in tour dalla prossima primavera (e noi siamo qui ad aspettarli) i loro nuovi lavori. Non aggiungerei altro, se non un caloroso benvenuto alla neonata Outside Inside.

venerdì 13 gennaio 2012

Mind Spiders - Wait For Us (new single from upcoming album Meltdown) / #songs #streaming

Facendo presto seguito all'eccellente ed eccitante esordio omonimo pubblicato appena un anno fa (che per poco non finiva nella mia top 20), il quintetto garage guidato da Mark Ryan sta preparando il ritorno, che avverrà il 21 febbraio prossimo con l'LP Meltdown, sempre su Dirtnap. Per darci un'idea di ciò che ci attende, e anche per prenderci un po' per il culo (il titolo Wait For Us direi che parli da solo) il buon Mark ci ha fornito questo aperitivino fresco fresco che sa di fuzz e acido. E ora dategli un'ascoltata va, prima che diventi vecchio e stantio.

 

Vermillion Sands - Summer Melody 7" (Shit Music for Shit People, 2012)

Dopo aver impressionato un po' tutti con una manciata di singoli, due EP e un full length (il bellissimo omonimo del 2010 firmato Alien Snatch) trovando il favore di etichette storiche quali Fat Possum e Sacred Bones, gli italiani Vermillion Sands tornano in "patria" e si accasano presso quei geni della Shit Music for Shit People (che hanno già dimostrato grande larghezza di vedute pubblicando l'ultimo degli Intellectuals in formato cassetta) per dare alla luce questo nuovo splendido 7" (in limited edition di 300 copie).

Summer Melody (che in un momento di folle genialità è stato diviso in un lato estivo, Summer Melody appunto, e uno invernale, rappresentato da Sweet Bitter Winter) non cambia di molto le coordinate del suono dei Vermillion Sands, che continuano a fare bella mostra di un sound estremamente personale e accattivante che si muove in quel punto dell'iperspazio in cui si incontrano folk psichedelico, sonorità garage e una sensibilità pop marcatamente sixties (che se li ascoltasse Ray Davies farebbe i salti di gioia!). 

Un orgasmo dei timpani, praticamente. Che si palesa in pochi secondi, quando un attacco di batteria che vi costringe all'hand-clapping apre la strada a Summer Melody, una splendida canzone country folk drogata da una trascinante chitarra iper-psichedelica (immersa in twang e reverb) e addolcita da una melodia jangle che ti trapassa il cervello lasciandolo a vegetare: un pezzo che potrebbe diventare un facile tormentone estivo da suonare in spiaggia, se il mondo fosse un posto più giusto (e se fosse stata rilasciata a giugno, ovviamente). 
Il lato invernale del singolo (Sweet Bitter Winter) si muove su coordinate più garage (pop), con le chitarre sporche e graffianti a sostenere una melodia folk acida cantata da una voce (bellissima) che sembra venire da lontano. 

Una menzione particolare la merita pure l'artwork (perché quelli della Shit Music non si fanno mancare proprio niente!), realizzato dall'artista portoghese Gennebra
Un'ennesima prova riuscita per i Vermillion Sands, che li conferma come una delle band di punta della scena (?) garage mondiale e ci/vi obbliga a tenerli costantemente d'occhio. Anche perché il 2012 è solo all'inizio, e si dice che i quattro ragazzi siano già impegnati nella scrittura dei pezzi per il nuovo LP: "Aurora aurum in ore habet"!



links:
vermillion sands - facebook
shit music for shit people

martedì 10 gennaio 2012

Flamin' Groovies - Teenage Head (Kama Sutra, 1971)

I Flamin' Grooovies si formano a San Francisco nel 1966 per mano di Cyril Jordan (chitarra), Tim Lynch (chitarra), Roy Loney (chitarra e voce), George Alexander (basso) e Danny Mihm (batteria).
L'obiettivo non dichiarato è quello di imprimere il proprio personale sigillo sul rock a suon di grezzo boogie, blues e rock'n'roll. Un obiettivo che deve, però, fare i conti con i tempi che corrono: il sound dei Groovies, infatti - affine ai gruppi della British Invasion - è quanto di più distante si possi immaginare da una Frisco votata alle orde psichedeliche di Jefferson Airplane, Grateful Dead e compagnia bella.

Consci di ciò, e pur con tutte le difficoltà che questo comporterà loro, i Groovies riescono ad esordire e a portare in dote al dio del rock'n'roll - nell'arco di soli due anni - due buoni album di indiavolato boogie come Supersnazz (1969) e Flamingo (1970).
Ma è con quest'album che i Flamin' Groovies (con il contributo di Jim Dickinson al piano) fanno quel salto di qualità che avrebbe potuto portarli definitivamente nell'olimpo del rock, se solo la fortuna avesse giocato dalla loro parte. Teenage Head - l'ultimo album con Roy Loney in organico - è l'album della maturità compositiva del quintetto e, secondo il sottoscritto, il migliore della carriera della band (non me ne abbiano i fan di Shake Some Action) e uno degli album più belli degli anni 70.

Il boogie rock'n'roll costruito su una slide guitar dell'iniziale High Flyin' Baby (che sembra quasi di ascoltare il Captain Beefheart di Safe As Milk a braccetto con Jagger) e il garage (hard)rock da manuale di Teenage Head sono gli esempi più pregnanti di un sound ormai maturo e consapevole, un mix infiammabile ed eccitante capace di dare del filo da torcere alle band più blasonate dell'epoca.
Ma provate ad ascoltare anche l'ispiratissima cover rock'n'roll-punk di Have You Seen My Baby? di Randy Newman, o il rock di Yesterday's Numbers, che tiene testa a un pezzo qualsiasi dei Rolling Stones a vostra scelta. O Evil-Hearted Ada, uno psychobilly che sembra quasi uscito da un disco dei Cramps, se questi ultimi avessero avuto più "gentilezza" e più interesse per le melodie. O ancora, la ballata rock di Whiskey Woman (che finisce in accelerata) e quella stonesiana (che, per la cronaca, non ne hanno ancora scritte di così belle) di City Lights sono altre due perle da brividi che si fa fatica a crederci.

La fortuna, come avrete intuito, gioca un'altra volta contro i Flamin' Groovies, e a soli tre mesi da Teenage Head i Rolling Stones danno alla luce uno dei loro capolavori, Sticky Fingers. La frittata è fatta: il disco degli Stones oscura quello pur altrettanto buono (se non migliore: parola di Jagger) dei Groovies, che finiscono condannati allo status di band di culto. Inutile fare dietrologia: i se non fanno la storia, neanche quella del rock'n'roll. Tuttavia, se provate a togliere la polvere da questo disco e a metterlo sul piatto, scoprirete un capolavoro, uno splendido affresco rock-blues di una delle rock'n'roll band più influenti di sempre.

lunedì 9 gennaio 2012

The Peawees - Leave It Behind (Wild Honey, 2011)

Website - Facebook - Myspace - Wild Honey
I Peawees! La rock'n'roll band italiana per eccezione e, inutile nasconderlo, una delle mie band preferite. Ricordo ancora il fuoco e l'emozione che sentivo (e che ancora sento) dentro ogni volta che mettevo sul piatto Dead End City (2001) e quando, per la prima volta, li vidi dal vivo sul palco dell'Indipendent Days Festival (era il 2005) rockeggiare come solo loro sanno fare.

Siamo lontani anni luce da quel disco (be', dieci, per l'esattezza) e da quel concerto, i Peawees sono cresciuti e si sono evoluti musicalmente, ma senza mai abbandonare quella passione e quella vena schiettamente rock'n'roll che li ha sempre contraddistinti. E che anzi, con il tempo, si è affinata e ha preso il sopravvento nel suono della band. Ed è in questa evoluzione che va vista questa nuova creatura, Leave It Behind. Un disco compatto, ben suonato e divertente nel quale convivono rock'n'roll anni 50 (The Place, Gonna Tell), soul (e non c'è voce più adatta di quella di Hervé per coniugare soul e rock'n'roll: ascoltatevi la performance vocale - ma è giusto per segnalarne una - sulla finale Count Me Out), R'n'B (Good Boy Mama), rockabilly (Food For My Soul) power pop (Memories Are Gone) e garage rock (Don't Knock At My Door). 

I Peawees passano in rassegna tutto il vocabolario del rock'n'roll di 50s e 60s con il tiro, la rabbia e la convinzione di una navigata band punk (quale in effetti sono, e Danger ne è un bellissimo esempio). Ed è un piacere inspiegabile ascoltare 'sto disco, che si fa velocemente strada nell'anima con un sound incredibilmente accattivante e ricco: le chitarre fanno un ottimo lavoro (Good Boy Mama), mostrandosi taglienti (Danger, Need A Reason) ma anche suadenti (Count Me Out), accompagnate da una sezione ritmica estremamente flessibile, un organo impertinente che si fa strada qua e la (Diggin' The Sound, Need A Reason), piacevoli inserzioni di fiati (Food For My Soul, Gonna Tell) e armonica (Memories Are Gone, The Place), una voce calda e rabbiosa e melodie che si ficcano in testa al primo ascolto.

I Peawees sono una conferma continua e un pilastro portante del rock'n'roll nostrano. Un marchio che significa qualità e che andrebbe esportato con cura e dedizione. Don't Leave It Behind!

 
ps: se siete interessati e volete approfondire sui Peawees (che sarebbe cosa buona e giusta!) vi consiglio la recente intervista di Massimo Argo per In Your Eyes Zine.

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sabato 7 gennaio 2012

The Jesus Lizard - Head (Touch and Go, 1990)

Ogni tanto, in mezzo a tante novità che il dio rock'n'roll ci fornisce ogni indiavolato anno, bisognerà pur fare un po' di storia. Che il rock è sempre giovane e vivo, certo (mica puttanate), ma quel che è stato è stato, e Cesare ha bisogno di ricevere indietro il suo, sennò si incazza!

Oggi, quindi, siccome è il giorno dopo la Befana e di nuovi dischi che meritino di essere recensiti neanche l'ombra... E siccome ho passato la mattinata cercando qualche suono strano da introdurre nel padiglione auricolare...e poi mi sono rotto abbondantemente il cazzo e mi sono dovuto rifugiare su qualcosa di rumoroso e potente, che nella fattispecie trattasi dei sempreverdi & ruvidi Jesus Lizard... Per tutte queste ragioni ora vi beccate 'sto disco qua, e fareste meglio a non fiatare, metterlo immediatamente sul piatto e gustarvelo tutto d'un fiato.

Già, perché questo non è un disco qualunque. È piuttosto il disco d'esordio di una delle band più importanti degli anni '90, un pilastro importante nell'evoluzione del noise rock e dell'alternative rock più in generale. Questo è il disco con il quale la band formata da Duane Denison (chitarra), David Yow (voce), David Sims (basso) e Mac McNeilly (batteria) mette a punto (con l'aiuto determinante del "registratore sconosciuto" Steve Albini e della mitica Touch and Go) un sound personalmente abrasivo fatto di riff noise, linee di basso metalliche, ritmiche matematiche e atonali e una voce rauca e vibrata che sbraita versi dal fondo di una cantina lercia e umida. Un sound che avrebbe fatto scuola in ambito noise e che avrebbe influenzato indelebilmente quel rock alternativo che di lì a poco sarebbe esploso per mano degli arcinoti Nirvana (non a caso dei grandi estimatori di David Sims e soci). 

Il successivo Goat (anno di grazia 1991) è unanimemente considerato (ed io non faccio eccezione) il miglior lavoro della band, e uno dei dischi più influenti dell'epopea grunge. Ma il ruolo di apripista, e qui sta l'importanza del disco, spetta ad Head: un disco compatto, rumoroso e potente capace di accendere la miccia che darà vita ad una delle storie più riuscite e influenti dell'alternative rock.
Abbandonato il sound electro-noise dell'EP d'esordio Pure (1989), frutto della formazione a tre sostenuta da una drum machine (modello Big Black), i nostri imbracciano gli strumenti e si producono in un disco di una violenza e una ruvidità inimmaginabili, costruendo e decostruendo brandelli di rock.

Ed è tutto subito chiaro con l'iniziale One Evening, un mix ruvido e impuro composto da un piacevole riff di chitarra poggiato su una ritmica matematica e noise. Il capolavoro di Head, e un pattern che ha influenzato parecchia roba venuta dopo. O il successivo hard-noise di S.D.B.J., un mantra lento, pesante e violento, trascinato sul fondo da una voce rauca e sofferente che urla fino allo spasimo. 
My Own Urine è un blues radicale e oscuro, con quell'arpeggio melodico e abrasivo violentato dalle urla e da sfuriate post-hc. 7 vs 8 è un capolavoro noise rock, basato su un riff ruvido e lascivo che trascina una pesante camminata hard e le impedisce di perdere totalmente il controllo, in perenne conflitto con la voce rabbiosa e sofferente che cerca di distruggere tutto. Pastoral è una ballata post-punk oscura e perdente basata su un ripetitivo arpeggio di chitarra, che da fiato e melodia al disco. Ci pensano poi gli assalti all'arma bianca di Waxeater e Good Thing a riportarlo sui binari del rumore, regalandoci riuscitissimi esempi di grunge in salsa noise rock. Chiude il disco il punk-noise di Killer McHann, che si schianta violento contro le casse dello stereo e lascia poco spazio al riposo.

Un disco importante, dunque, indispensabile esemplare di ogni discografia noise rock che si rispetti, e una scheggia impazzita che può far piacere alle vostre orecchie avide di rumore. Se non ce l'avete, è pur giunta l'ora!

lunedì 2 gennaio 2012

The 10 Best covers of 2011

1 - Stephen Malkmus & The Jicks - Mirror Traffic (Matador)
2 - The Intellectuals - In The Middle of Darkwhere (Jeetkune)
3 - The Atnlers - Burst Apart (Frenchkiss)
4 - Graveyard - Hisingen Blues (Nuclear Blast)
5 - Acid Baby Jesus - Acid Baby Jesus LP (Slovenly)
6 - Sterbus - Iranian Doom (Doug The Dog)
7 - Dirty Beaches - Badlands (Zoo Music)
8 - Iron & Wine - Kiss Each Other Clean (4AD)
9 - PJ Harvey - Let England Shake (Island)
10 - A Classic Education - Call It Blazing (La Tempesta)

Quella che avete appena finito di sfogliare era l'ultima chart di quest'anno: i migliori esempi di cover art di questo scellerato e infiammato 2011. Se non avete ancora per mano i dischi citati vi conviene procurarveli, perché meritano almeno quanto le rispettive cover. Vi ritroverete con in mano dei buoni dischi da ascoltare e delle belle copertine da osservare...e venitemi a dire che è poco!
Ah, dimenticavo: buon 2012 a tutti da Loud Notes! Ci rivediamo presto, per riprendere il viaggio con del buon rock'n'roll fresco di uscita.

Kaosleo