giovedì 27 dicembre 2012

Mesa Cosa - Infernal Cakewalk EP (Casbah Records / Off The Hip Records, 2012)

Archiviata la prima serie di "feste del consumo", il vino, lo spumante e le stragi di pesci e maiali, Loud Notes torna per farvi fare un viaggietto dalle parti del Messico. O dell'Australia, se preferite. Una bella corsetta da un capo all'altro del mondo che si scontra con un esordio di garage punk rozzo, sguaiato, psichedelico e ruggente come un giovane leone della savana.
I Mesa Cosa sono un trio messico-australiano (appunto) capace di creare un innesto bastardo, insano e corrosivo di Stooges periodo Raw Power, Radio Birdman e satanismo garage stile JC Satàn. E che mi venga un colpo se dico che non ci sanno fare! Riuscire a dar vita a un rock'n'roll satanico che riesce ad essere stradaiolo e garage al tempo stesso non è mica cosa da tutti, dico io!

Senza perdere altro tempo, mettiamo su questo dischetto maledetto e iniziamo a dondolarci pericolosi sulle note e sulle scariche elettriche di 666. E siccome siamo un po' ingordi continuiamo l'ascolto, urlando in coro il ritornello da stadio di Shoplifter, mentre la band sotto di noi si impegna a decostruire un rhythm and blues che avrebbe fatto la felicità degli Yardbirds se solo fossero stati degli stralunati garage punkers degli anni 00. Frozen Eyes ci accoglie con una bella sezione fiati, che accompagna uno strano punkbilly di ascendenza Cramps ma un sacco più lo-fi. 

Ma è il rumore il vero padre putativo di questa band messico-australiana. Il padre padrone, viene quasi da pensare mentre ascoltiamo il garage punk assassino di Los Perros, con quei riff e quelle liriche soffocati dalla cagnara di distorsioni. Lo stesso feeling si ripete per quello che segue, e ciò finisce per diventare il limite più grosso di un disco altrimenti ricco di riff e soli davvero indovinati (Day of the Dead), furiosi rock'n'roll punk da manuale (Hijo del Mal) e lunghi boogie corrosi dal fuzz che meritano ripetuti ascolti (Diablo). Come prima prova non c'è male davvero, ma una pulizia generale (pur senza esagerare, per carità!) potrebbe aiutare non poco ad esaltare la qualità del songwriting. Attendiamo fiduciosi.


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casbah records

sabato 22 dicembre 2012

Joe lo strimpellatore è vivo e lotta insieme a noi!

10 anni senza Joe Strummer. Senza di lui (e i suoi Clash) la mia passione per il punk e il reggae, per la musica in generale, per le rivolte sociali e la politica con la P maiuscola, e quindi Loud Notes, non sarebbero mai esistiti.
Perché aggiungere parole inutili e schifosamente retoriche? Ho pensato fosse meglio, come sentito e commosso omaggio alla sua figura e a quello che ha significato per me e la musica tutta, regalarvi e regalrmi una selezione dei suoi pezzi, capolavori di schiettezza rock'n'roll, urgenti, rabbiosi e rivoluzionari come il punk, caldi come il miglior reggae e profondamente umani, troppo umani...

giovedì 20 dicembre 2012

The Velvoids - Las Freak Voodoo EP (Thinkbabymusic, 2012)

Siccome la Grecia mi ha rubato un bel pezzo di cuore, e visto che il rock'n'roll sembra essere l'unica azienda in attivo in un paese mandato in rovina dalle cieche politiche di austerità europee (e Loud Notes, ovviamente, ha interesse a che questa azienda prosperi), eccomi qui a parlarvi di Las Freak Voodoo, nuovo EP degli ateniesi Velvoids. Questo duo di spostati, composto dai tali Vice Lesley (chitarra e voce) e Dorah X (batteria e voce), è attivo da ben 12 anni, la maggior parte dei quali passati a rockeggiare sporchissimo sotto al partenone e sfornare EP (in cassetta, vinile e poi CD) come se piovessero. Un'attività, questa, che gli ha guadagnato una meravigliosa credibilità rock'n'roll e li ha portati a calcare i palchi (anche europei) con "nomi garanzia" quali Marky Ramone, Black Lips, The Vibrators, Pierced Arrow, Murder By Death, etc.

E il disco? Las Freak Voodoo è una creatura mutante che riesce a spaziare molto imprevedibilmente da uno sporco garage blues psichedelico e rumorosissimo (molto meno punk ma più noise che in passato) che può ricordare band come Gories, Hussy, Feeling of Love, e Black Lips (la bella opening track Wall Str. Blitzrieg e la bellissima traccia conclusiva Cali Fragilistic) a un psych rock da camera per xilofono, chitarra acustica e violino (Bear, piazzata giusto in mezzo, chiusa a panino tra due attacchi all'arma bianca). I Velvoids riescono in fin dei conti a risultare credibili in entrambi i panni, rilasciando un EP decisamente gradevole, che esce dalle casse sincero come il vostro migliore amico, ruvido come la carta vetrata e gentile come una telefonista Tiscali.

Ora che la scena garage rock greca è finita sotto i riflettori, complice l'esplosione internazionale degli Acid Baby Jesus e l'assunzione dell'ateniese Lydia alla coordinazione editoriale di Maximum Rock'n'Roll, c'è solo da sperare che anche questi Velvoids riescano a raggiungere le vette che meritano.

Nel caso foste interessati ad approfondire, vi propongo questa bella intervista (in inglese) rilasciata dal duo ateniese al magazine greco OUGH! poco prima dell'uscita di questo EP.



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mercoledì 12 dicembre 2012

The Mighties - Misty Lame EP (autoprodotto, 2012)

Figli illegittimi di Music Machine, Monks, Cramps e dell'epopea Nuggets tutta, i Mighties vengono da Perugia e sono pronti a far saltare le vostre chiappe rinseccolite e molle con un garage punk caldo, ruvido e soul; un rock'n'roll con il riff in fondina sempre pronto a sparare e il ritornello facile da sfoderare in mezzo ad un'orgia garage rock.

Difficile trovare qualcosa di sbagliato qua dentro: tra inflessioni Crampsiane rilette a suon di corposo garage fuzz (Kelly Ride), geniali movenze garage rock 60s di ascendenza rhythm'n'blues (The Seducer), oscure e riverberate cavalcate garage punk (The Mighties Theme) si fa presto ad arrivare alla fine e ancor prima a ripigiare play, per godersi questo piccolo capolavoro di garage italico. Da queste parti si attende con ansia l'esordio sulla lunga distanza!



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martedì 4 dicembre 2012

Spider Bags - Shake My Head (Odessa, 2012)

I quasi misconosciuti Spider Bags, quartetto di stanza in New Jersey, arrivano al terzo album, e a noi non resta altro da fare che far scendere il cappello. Perché l'album è un concentrato di rock'n'roll all'ennesima potenza, una cosa che ha l'effetto di una birra ghiacciata + cannino in una notte di piena estate sdraiato sulla veranda a guardare le stelle. 
I Nostri dimostrano di sapersi destreggiare benissimo tra sfuriate rock'n'roll punk che neanche i Jam (Keys To The City), country rock'n'roll alla maniera di Lou Reed (Simona La Romona, con Jack Oblivian), momenti di radiosa psichedelia soul urbana (Shape I Was In), rock'n'roll anfetaminici con i Beach Boys nel sangue (Standing In A Curb) e tanto tanto altro. Un bell'esempio di matrimonio riuscitissimo tra urgenza e sfrontatezza urbana east-cost, solarità pop californiana e romanticismo rurale. Da avere.

Best tracks: Keys To the City, Simona La Romona, Shape I Was In, Standing In A Curb, Day Mare


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lunedì 3 dicembre 2012

Barberos - 000 (Human Feather, 2012)

I Barberos vengono da Liverpool, e da ormai quattro anni si adoperano a infestare il continente con la loro strana e spietata formula che mischia allegramente math rock, post-hardcore e sintetizzatori "made in krautonia". Loro sono tre schiodati in tuta bianca stile "Arancia Meccanica de noantri" armati di due batterie e un vecchio synth analogico, che suonano una specie di synth-prog strumentale decisamente originale e a tratti molto interessante.

Si tratta di musica sperimentale, inutile girarci intorno, ma di un tipo raro ed estremamente ricercato, di quella che riesce in un modo o nell'altro a fare i conti con l'immediatezza, risultando alla fine dei conti molto moooolto divertente. 
Non una cosa per cui strapparsi i capelli o mettersi in ginocchio a chiederne ancora, ma una musica piacevole, rilassante ed elettrica che fa delle soluzioni ritmiche e della partiture di synth - a volte dolcemente spastiche (Hot Squash e Moon Boots le tracce più riuscite del lotto), a volte corrosivamente noise (Les Noisettes), altre ancora elettroretrò (Colin & Cindy) - i suoi elementi più importanti e accattivanti. C'è pure spazio per una bella nottata di fuoco a base di dub (Accent), e il risultato non è affatto male. Per chi ama la musica sperimentale ma non se la sente proprio di farsi fracassare le palle con troppi arzigogoli intellettuali questo è il disco perfetto. Un punto in più, poi, se lo meritano per la copertina, che è una gran figata!




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giovedì 29 novembre 2012

Protomartyr - No Passion All Technique (Urinal Cake, 2012)

Avendo già recensito qua sopra i primi due 7" dovrete ormai sapere di che band si sta parlando. E dovreste anche sapere che fin da quando la prima nota di Dreads 85 84 è venuta ad infestare le casse del mio stereo qualche mese fa, passando poi per il felice ritorno di Colpi Proibiti, i Protomartyr sono diventati una band "protetta" da Loud Notes. E ora che ho in mano il primo LP è arrivato il momento di tirare le dovute conclusioni. Senza sfarfallare troppo: l'esordio dei Protomartyr spacca di brutto!

No Passion All Technique continua sulla strada già intrapresa, sciorinando un punk old style virato post contaminato da spezie indie rock & noise. Con la solita voce sfavata a-la Mark E. Smith che declama versi decadenti e nonsense su un tappeto impervio, oscuro e ruvido di rock'n'roll primordiale. Mentre le chitarre si impegnano a costruire muraglie di riff noise tutt'attorno.

Basterebbe la bellissima ballata punk Ypsilanti (qua sotto) per fare di questo LP un disco imperdibile dell'anno che va a morire. Se non fosse che tutto il resto brilla della stessa indentica cazzo di luce! Dal post-punk di In My Sphere e Too Many Jewels, alle tentazioni hardcore di Machinist Man e Free Supper (bellissima!), le sviolinate indie di Three Swallows e Feral Cats, il noise rock di Jumbo's e il noise-core di Wine of Ape, fino alla decadente ballata punk di Principalities il disco scorre, diverte e impressiona positivamente ad ogni piè sospinto. I Protomartyr hanno fatto un altro bel centro, non c'è che dire. Che il buon diavolo del rock'n'roll li preservi pericolosi, matti spostati e fini songwriters quali sono!



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martedì 27 novembre 2012

DiCose - Cherries and Broken Ass EP (AK, 2011)

Il grunge non è morto, neanche per il cazzo! Oppure è rinato. A Catanzaro. Dopo gli Emily Witch, dei quali avevo recensito a inizio anno il bell'EP Painfully Sober Again, eccomi per le mani questo EP lungo dei lameziani DiCose. Ex cover band di Alice In Chains, Stone Temple Pilots e Smasing Pumpkins (gruppi che il sottoscritto non è mai riuscito a digerire) si sono recentemente dati alla scrittura dei pezzi, con risultati a tratti promettenti a tratti un po' derivativi e deludenti. 

I Nostri portano in dote una grezza vena grunge-metal (la traccia di apertura Fandong), una fiera attitudine hardcore per la verità un po' fuori luogo qua dentro (Ego al kiodo, cantata in italiano, che sembra quasi di ascoltare i Negazione), una produzione in bassa fedeltà e una voce che riesce ad affrontare momenti epici e inflessioni più ruvide. Niente di eccezionale, alla fine dei conti. Pur mostrando una buona capacità tecnica e una discreta abilità nel costruire quadrati pezzoni grunge-metal, si ha la sensazione che le canzoni restino un po' troppo ancorate a vecchi stilemi e non riescano a bucare le casse, con quei facili riffoni metal a fare da contorno e una malcelata volontà epica a-là Alice In Chains a smielare il tutto (This Tuck-0). Merita una segnalazione positiva la bella Fhranciskina's Son e la opening track, che svettano su tutto come le cose più interessanti e originali del lotto. Lasciare a casa le sudditanze e avanti su queste strade, pleaaaase!



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giovedì 22 novembre 2012

The Snookys - Automatic Stomp (Night Fighter, 2012)

Secche sfilettate rock'n'roll punk. Quelle alle quali ci avevano abituato i Peawees dei tempi d'oro; un rock'n'roll a tinte retrò (Chuck Berry e qualche sputo di rockabilly) bruciato da una furia punk settantasettina di origine tipicamente londinese (Clash, Damned e Buzzcocks i numi tutelari) e imbestialito dalla grezza sfacciataggine del garage punk dei 90s. Un'orgia ryhthm'n'blues al fulmicotone, che non ti concede neppure il tempo di fermarti a pensare. 
Questi sono i The Snookys, quartetto bergamasco che entra a gambe tese nella scena rock'n'roll nazionale con un album secco, veloce e aggressivo che farà strappare i capelli a tutti gli affamati di rock'n'roll.

Registrato (benissimo) dagli stessi Snookys al CB Recording Studio di Bonate Sopra (BG) e pubblicato da un'etichetta detroitiana, Automatic Stomp si fa notare per la schiettezza e la ruvidità del suono e per la velocità e freddezza di esecuzione (da intendersi come una nota positiva). Oltre che per una sana aura rock'n'roll che aleggia un po' dappertutto. La vena compositiva non presenta nulla di eccezionale, e si ha la sensazione di ascoltare piccole infinitesime variazioni sullo stesso tema. Nonostante ciò il disco si fa ascoltare bene, forte di alcuni pezzi che svettano sopra la media. Da segnalare l'opening track Boring Me Is Boring, l'anfetaminica Shoot You Down, il garage punk di Underdog, la cover di Get Ready di Smokey Robinson, e la ballatona rock'n'roll Sticky.

Tra riff a-la Chuck Berry induriti da una vena garage punk, una bella voce rock'n'roll punk che ricorda quella di Hervé e una sezione ritmica che non riesce a piegarsi ai mid-tempo arriviamo velocemente alla fine. Ci sorprende la furia e la sincerità, un po' meno l'originalità della proposta. Buon esordio, comunque, speriamo di vederne delle belle!



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martedì 13 novembre 2012

Islet - Illuminated People (Shape, 2012)

Tre gli esordi dell'anno, insieme a quelli di Goat, Metz, Golden Void e chissà quali altri mi sto dimenticando o mi sono sfuggiti, metteteci pure tranquillamente questo Illuminated People, primo full-length degli inglesi Islet, arrivati all'album dopo tre interessanti EP/singoli usciti nei due anni passati.
La traccia di apertura, la psichedelicissima Libra Man, è probabilmente la cosa più interessante, originale ed eccitante che sentirete per un bel po' di tempo. E il resto del disco non è da meno, tra effluvi psichedelici che sembrano coprire un po' tutto, momenti post-rock (Filia) acide digressioni post-punk (What We Done Wrong) che si trasformano in pezzi da dance-hall (A Bear On His Own), siparietti folk lo-fi (We Bow) e sviolante indie pop (Funicular). Il tutto è mantenuto insieme con una destrezza da suonatori navigati e da fini compositori pop. Non perdeteli di vista!

Best tracks: Libra Man, Entwined Pines, What We Done Wrong, We Bow, A Bear On His Own


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martedì 6 novembre 2012

The Leeches - Underwater (Tre Accordi Records 2012)

Esce oggi Underwater, quarto album dei Leeches, prodotto da sua maestà pop-punk Daniel Rey. La ricetta non ha subito gradni aggiornamenti dai tempi dell'ultimo lavoro, Get Serious del 2010, ed è una buonissima notizia. Perché il "Leeches sound", pop-punk figlio dei mostri sacri Ramones e Queers, con i chitarroni rummanti bene in vista e le melodie contagiose tutt'attorno, riesce ancora risvegliare i sensi e dare le legnate giuste, facendo scattare un profanissimo quanto necessario pogo liberatore.

Underwater non fa eccezione alcuna, e ti conquista subito, quando la traccia di apertura, I'm Everything To Me, inizia a scalciare con quel riffare finto-metallone accompagnato da un basso pulsante a-la Dee Dee che sembra di ascoltare i migliori Derozer. O con l'antemico pop-punk di Pirahna Boys, degno dei fratellini newyorkesi. I Leeches sanno essere dei maestri quando si tratta di tessere melodie contagiose e architettare bellissimi anthems da cantare in sing-along, e ce lo dimostrano con le belle Feelin' Alright Tonight (che a me ricorda i Ramones di Born To Die In Berlin) e Down On My Knees. 

Stop The Clock e My Life sono dei cazzutissimi pezzi hardcore, veloci, perdenti, e cattivi come da manuale, con la sezione ritmica che pesta forte e anfetaminica e la chitarra che innalza muri di suono ramonesiani. Too Hungry To Pray parafrasa i Dead Kennedys per regalarci un bell'anthem pop-punk (a tratti quasi Oi!) in salsa anticlericale. La produzione aiuta non poco a esaltare le doti pop-punk del quartetto, e ne esce fuori il "dischetto amico", di quelli che non ti lasciano certo a bocca aperta, non ti cambiano la vita, ma fanno una gran bella compagnia. Evviva i Leeches!



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tre accordi records

venerdì 2 novembre 2012

J.C.Satàn - Faraway Land (Teenage Menopause, 2012)

L'anno scorso avevo ascoltato fino allo sfinimento e recensito sulle pagine di Loud Notes il loro Hell Death Samba, additandolo come una delle uscite garage rock più importanti dell'anno. Oggi passano di nuovo dalle mie orecchie, con un nuovo LP uscito a inizio mese per la Teenage Meopause Records. S'intitola Faraway Land, ha una copertina orrenda, ma a parte questo è un disco cazzutissimo! Ne ho scritto una bella recensione su In Your Eyes ezine. Leggetela qui.

Protomartyr - Colpi Proibiti 7" (X!, 2012)

Dei Protomartyr mi ero già occupato per quel Dreads 85 84 che resta, a tutt'oggi, il miglior 7 pollici uscito dai bassifondi del rock in questo fottuto anno solare. I nostri amici di Detroit tornano ora con un nuovo singoletto fresco fresco, sorprendendoci con il solito bel mix di punk, e indie rock venato di melodie pop che fa passare dei minuti cazzutamente piacevoli e riconcilia con la musica tutta.

Niente di nuovo rispetto al precedente, ma un piacevole ritorno che è come mettere i puntini sulle I della loro proposta musicale. Si continua sulla strada indicata da Cartier Eye Glasses del 7" precedente: oscuro post-punk, incattivito a tratti da riminescenze settantasettine ma rischiarato da una vena pop (Baseball Bat). You're With A Creep mischia con maestria l'indolenza del '77 alla raffinatezza melodica dell'indie pop. Poi arriva Milk Drinkers, ed è una festa post-punk-indie che riscopre le velleita rumoriste di certi Pixies. E si conclude con Psychic Doorbell, una ballata post-punk incazzata e distorta che trascina verso il basso con un basso pulsante, una voce lasciva e una nuvola di distorsioni. Tutto il 7" è percorso e tagliato da una voce scontenta e svogliata che declama versi apocalittici sopra una musica che si cimenta con le oscurità post-punk, le velocità e l'irruenza del punk, le linee melodiche del garage pop e le distorsioni del miglior indie rock. Non un passo avanti, ma una buonissima riaffermazione di intenti. Bravi!



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venerdì 26 ottobre 2012

Goat - World Music (Rocket, 2012)

I Goat vengono dall'estremo nord della Svezia e sono talmente folli che hanno voluto intitolare il loro disco d'esordio World Music. Ed è una follia che va ben oltre la scelta del titolo, estendendosi alla musica, a quel coacervo di suoni e influenze che hanno preteso di fondere insieme, riuscendo nell'intento in maniera unica, inconfondibile ed oltremodo eccitante.
La musica popolare africana di Fela Kuti, la no wave newyorkese di James Chance, un po' di free jazz, funky e la psichedelia rock sporcata di riff stoner. Voodoo rock. Ecco cosa racchiude il forziere della World Music, anno 2012. Un disco bellissimo, trascinante, che farete veramente fatica a togliere dal lettore. Insieme a quello dei Metz, l'esordio dell'anno.

Best tracks: Goatman, Golden Dawn, Let It Bleed, Run To Your Mama



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goat
rocket recordings

giovedì 18 ottobre 2012

The Nomads - Solna (Devils Jukebox, 2012)

Ve l'avevo promessa circa 6 mesi fa, e alla fine eccola qui. È la recensione (anzi, la mini-recensione) dell'ultimo album degli immortali Nomads. 
Solna è un signor disco, un album che si inserisce perfettamente nella discografia dei nostri, mostrando i denti con pezzoni rock'n'roll punk (Miles Away), ruvidi garage (hard)rock dilaniati dal fuzz (Hangman's Walk), e aprendo l'anima con ballatoni garage-psych (The Bad Times Will Do Me Good). Se non vi basta, fatevi pure mettere il pepe al culo dal pop-punk della ramonesiana American Slang, rilassatevi con il garage pop di estrazione 60s di Make Up My Mind e fatevi trasportare dal riffare hard di Up, Down or Sideaways. Ci sono anche pezzi meno riusciti e più stanchi (You Won't Break My Heart, 20000 Miles), ma provate voi a fare un album così con più di trent'anni di carriera sul groppone!

Best tracks: Miles Away, The Bad Times Will Do Me Good



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the nomads
devils jukebox records

giovedì 11 ottobre 2012

Vernon Sélavy - Stressed Desserts Blues (Shit Music for Shit People/Azbin, 2012)

Vernon Sélavy è un torinese (Vincenzo Marando, già chitarrista dei Movie Star Junkies) che va pazzo per le ballate. Ne scrive tante, di tutti i colori, per tutti i gusti e per tutte le situazioni. Non avete di che chiedere.
L'incontro con la Shit Music aveva già prodotto un buon 7" EP lo scorso anno e ora, mettendo a frutto la collaborazione tra la Shit e la francese Azbin, il nostro torna a trovarci portando in dote un bell'LP tutto intero.
Un bell'album pieno di ballate, appunto. Oscure, colorate, ubriache, innamorate, soul, gospel, blues e rock'n'roll, secondo le voglie del momento.

Lasciando ad altri il compito, per me ingrato (non sono quel che si dice un "esperto di ballate"), di riconoscere influenze e collegamenti musicali i più improbabili, proverei a concentrarmi, invece, sull'anima del disco. Che è un anima blues, come il titolo suggerisce, ma anche perdutamente rock'n'roll, dolcemente soul e caldamente latina. Un anima che esce fuori prepotente, deliziando le orecchie con uno degli album più belli e intensi che avrete modo di ascoltare quest'anno.

Il nostro Vernon, in compagnia della sue chitarre, del suo basso e di qualche distorsore, e coadiuvato dai compagni Satana alla batteria e Neno Baratto (Movie Star Junkies) al piano e al mixer, ci cuce tutto intorno delle ballate tossiche e psichedeliche che sanno mutare pelle come un camaleonte, emanando fetore di bassifondi e profumo di spiaggie assolate (When We Two Parted), pezzi alcolici che annegano l'anima latina sotto un lercio strato di fuzz (Shoes of The Dead), o psycho gospel da cantare tutti in coro (Ballad of The Empty Hands). L'oscurità lisergica avvolge tutto in Another Place, ma nasconde un sentiero verso il sole, che esce rabbioso e caldo dalle pieghe depressive di The Way It Goes. Chiude l'album, a fare il pieno di emozioni, Straight Into The Bed of Our Guts, il pezzo più oscuro e alcoolico dell'album, che ci manda a dormire con una insana sensazione di spossamento e vertigini.

Bellissima la voce, che si barcamena tra le movenze alcooliche di un Tom Waits, la profondità di un Leonard Cohen e una livida dolcezza soul sovente calpestata dalla ruvida anima rock'n'roll. Riuscitissimi i cori e gli innesti di distorsioni e riverberi che rendono l'atmosfera ancora più acida e alcoolica. Stressed Desserts Blues è un album bellissimo, e una buona compagnia per le serate autunnali a venire.



links:
vernon sélavy
vernon sélavy - facebook
shit music for shit people
azbin records
angra maria (artwork and layout)

martedì 9 ottobre 2012

The Feeling of Love - So Chocolate (Schmalzgrub Audiokassetten, 2012)

I gruppi strani, indemoniati e rumorosi passano tutti da qui. E non potevano fare eccezione i francesi The Felling of Love.
Forse qualcuno si ricorderà di loro per l'album Dissolve Me, una chicca psych garage uscita fuori giusto l'anno scorso dal catalogo della Born Band Records. So Chocolate è il loro disco d'esordio, edito per la prima volta nel lontano 2006 e gentilmete ristampato (su cassetta) qualche mese fa dalla francese (eh già!) Schmalzgrub Audiokassetten.
I Feeling of Love degli esordi sono la one man band di Guillaume Marietta (ora invece sono un trio chitarra, tastiera e batteria), una deviata espressione blues che dei sentimenti d'amore non sa proprio che cazzo farsene. O meglio, li violenta con un synth punk-blues corrosivo e amelodico figliastro dei Suicide, come di quella roba oscena e rumorosa che uscì dalla penna dei Pussy Galore, dei Gories e della Jon Spencer Blues Explosion Crypt-syle. Con un pizzico di sperimentalismo noise dei primi Sonic Youth e la fedeltà estremamente low di un White Light/Wight Heat. 

Il Nostro, pur proponendo un approccio profondamente radicale e rumoroso alla materia blues, che forse per alcuni di voi risulterà difficilmente digeribile, mostra una buona capacità di scrittura e una buona padronanza del riff che riescono a far emergere dalla cantina e dal rumore dei pezzi di punk blues da manuale con la fiamma alla giusta temperatura (quella dell'inferno). Senza stare qui a menarvela troppo, vi consiglio caldamente di tuffarvi a capofitto in questo calderone pieno di blues marcio, rasoiate di synth e fuzz e grezza attitudine punk rock. E di farvi del male ai timpani con pezzi ruvidi e allucinati come la youthiana 1994, i fantastici blues-noise di Because He's The Singer, Young Jesus e The Right Bitch At The Right Place, il synth punk robotico con liriche in francese di Jordan's Rules o l'infiammato punk-blues di Julie C. Girate il lato (già, è una cassetta) e continuate ad immergervi nello sporco fango blues-punk delle bellissime I'm Nothing But A Drunk Pussy e Hammer Boy. Ne sentirete delle belle!

Poi potete sempre tornare a cullarvi con le dolci note velvetiane dell'ultimo Dissolve Me. Ma intanto avrete conosciuto l'inferno, e potrete raccontarlo ai vostri figli.


links:
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the feeling of love - bandcamp
the feeling of love - twitter
schmalzgrub audiokassetten - facebook
schmalzgrub audiokassetten - bandcamp

giovedì 20 settembre 2012

The Great Saunites - Lucifer Big Band split EP (autoprodotto, 2012)

Lo split che vi vengo a presentare (ascoltabile e scaricabile gratuitamente dal bandcamp dei TGS) è opera di due band italiote semisconosciute al grande pubblico. Innanzitutto, i The Great Saunites, duo lodigiano basso e batteria con alle spalle un EP (Delay Jesus '68, uscito l'anno scorso per Il verso del cinghiale e Hypershape) e uno split 7" con i Canide

Una band che sembra in preda a un oscuro delirio sciamanico, che penetra l'orecchio dell'ascoltatore con due pezzi diversi ma accomunati da un anima profondamente oscura e acida. Il primo, Black City, è esattamente quello che il titolo promette: un viaggio oscuro e pericoloso nella città nera, un luogo sperduto e abbandonato abitato da pochi valorosi e scheletri vagabondi. È il basso a dare il ritmo, con un riff lento e metallico sostenuto da un tamburello, accompagnati da un synth che crea un'atmosfera dark western (?). La successiva Medjugorje è uno scatto di reni che trascina il disco su sentieri più math rock, con il basso e la batteria in epilessi ad aprire la strada a piacevoli bordate di synth noise. Due pezzi decisamente ben riusciti.

La Lucifer Big Band è semplicemente il progetto parallelo del batterista dei The Great Saunites alla seconda prova discografica a breve giro (dopo l'EP Atto I). Rakshasa Chant, purtroppo, cambia un po' le carte in tavola, sfiancando l'ascoltatore con un lunghissimo brano synth-drone strapieno di suoni elettronici oscuri e taglienti che conferiscono al pezzo un'aura sabbatica ma precludono un secondo ascolto (ma forse è un problema mio che non digerisco questo genere di cose).
 

links: 
the great saunites - blog
the great saunites - bandcamp
the great saunites - facebook
lucifer big band - bandcamp
lucifer big band - facebook 

Musica per immagini, Immagini per la musica - Galleria minima di rock design (parte 2, antologie)

Finalmente dopo 16 post e 11 gallerie, il secondo volume, l'ultimo (per ora…) dell'epopea Musica per Immagini; è il volume che ripercorre la parte antologica del Museo Virtuale e che segue il primo, dedicato alle monografie, sempre scaricabile alla sezione e-book.

Rispetto al precedente, abbiamo scelto un'impaginazione che lascia più spazio alle immagini e meno alle parole, che fungono solo da mera didascalia o da breve introduzione alle gallerie. 
Ne è derivato un ebook in formato A4 di 245 pagine, oltre 200 immagini distribuite su 4 macro-sezioni organizzate esattamente come i post già pubblicati sul blog. Illustrazioni e musica da sfogliare liberamente, lasciandosi condurre solo da immediate associazioni (…o dissociazioni) mentali.

Di seguito riportiamo la breve introduzione a questo secondo volume, le specifiche del file e tutti i riferimenti per il download.

Keep on Rockin'!!

P.S. Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno apprezzato e scaricato il primo volume, devo dire che siete molti di  più di quanto mi aspettassi! Spero che possiate apprezzare anche questa seconda parte, sperando sia all’altezza della precedente.

Specifiche del file:
Titolo: Musica per immagini, Immagini per la Musica - Volume 2 - Antologie
Tipo: pdf
Formato: A4 a colori
N° Pagine: 245
Anteprime
Il catalogo è scaricabile GRATUITAMENTE al seguente link:

 >>DOWNLOAD<<

fonte: Evil Monkey's Records

mercoledì 12 settembre 2012

New Candys - Stars Reach The Abyss (Foolica, 2012)

La stoffa c'è, e si sente. Queste le prime parole che il cervello comanda alle mie dita dopo aver ascoltato l'album d'esordio dei New Candys, quartetto trevigiano di belle speranze dedito alla rielaborazione della deforme e fluida materia psichedelica.
Partono le note di Stars Reach The Abyss e ci troviamo subito immersi nella nebbia fittissima delle sperimentazioni soniche di matrice (più o meno) shoegaze che spopolano negli ascolti dei kids revival di inzio millennio.

Più o meno appunto. Perché i nostri ci infilano dentro pure un po' di buon rock'n'roll di matrice "velvetiana", un po' di sixties e qualche bella pizzicata di quel rock psichedelico che ha trovato la più coerente e compiuta affermazione nei primi due album dei Black Angels. Che, forse, si sentono un po' troppo qua e là tra le note (Half-Heart, Meltdown Corp). Una presenza un po' invadente, ma che alla fine dei conti non disturba più di tanto (quello che disturba, invece, è la prolissità della proposta) e il disco ne esce fuori abbastanza piacevole, una buona compagnia delle vostre serata solitarie persi nelle impenetrabili nebbie interne. 

Alcuni pezzi meritano particolare menzione. L'opening track Hand Chain Dog, ad esempio, una marcia verso l'abisso accompagnata da basso, chitarra, sitar (presenza quasi costante dell'album) e un drumming giustamente martellante. Il rock acido e trascinante di Dry Air Everywhere, che ci riporta al livello delle stelle; o la psichedelia indiana di Sun Is Gone ('Till Day Returns), che sembra uscita da una session recente con Anton Newcombe. Sfiancate tranquillamente ossa e membra con la psichedelia mistica e le distorsioni in crescendo di Nbiriu e Volunteer, perché poi potrete rilassarvi tra le braccia accoglienti del bel finale velvetiano di Purple Turtle On Canvas.
Gran bei pezzi. Una smussatina qua e là, una scrollatina alle influenze e qualche taglio secco e questi ti tirano fuori il disco capolavoro. In attesa del grande balzo, possiamo gustarci questo bel disco e farci trasportare verso gli abissi da un fiume di stelle.

giovedì 6 settembre 2012

Two Bit Dezperados - Beat Mark split (Shit Music for Shit People/Way Out There, 2012)

Eccomi di ritorno, allegro e pimpante, per presentarvi la "merda" n° 12, edita dalla mitica Shit Music for Shit People. E perdo immediatamente il senno. Che volete che vi dica? Che forse, se ci fosse la possibilità, fareste bene a farvi un abbonamento, per portarvi a casa tutte le fantastiche "merde" che la gang italo-portoghese ci rifelerà di qui all'eternità. Perché di merde così succulente, oggi, se ne trovano poche, e sarebbe da idioti lasciarsele sfuggire.

I Two Bit Dezperados sono un combo sardo-brasiliano-portoghese che ci delizia con un'infiammato mix di garage pop, tradizione folk e sensibilità latina. Blind è un gioiellino niente male, che ti si piazza nel costato e ti corrode piano piano, forte di un buon lavoro di chitarre, ruggenti e ruvide fino a sfiancare, uno splendido afflato psichedelico frutto di un buon lavoro di riverberi, e una voce femminile dolce e corrosiva al tempo stesso. 4 minuti e 27, che sarebbero un'eternità per un pezzo garage, finiscono per risultare adatti alle mire sonore di questo fantastico quartetto.
I Beat Mark ci raccontano tutta un'altra storia. Che forse non regge il confronto con il racconto principale, ma vale lo stesso la pena di ascoltare. Loro vengono dalla Francia e ci fanno rilassare con un grazioso ed energico indie pop dal taglio dreamy, che lambisce da lontano territori shoegaze. Un qualcosa che si piazza a metà strada, giusto in mezzo, tra Dum Dum Girls e Pains of Being Pure At Heart. E non inventano nulla per carità, ma il pezzo è ben costruito, catchy quanto basta, ricco di energia e corto a sufficienza da non rischiare il diabete.

La cover è opera della giovane artista francese Vanessa Fanuele, il cui bellissimo pezzo d'arte completa degnamente questo bel dischetto. Aloha!



links:

mercoledì 29 agosto 2012

Thee Jones Bones - Stones of Revolution (Il verso del cinghiale, 2012)

Due pessime decisioni hanno informato la produzione di questo quarto album dei Thee Jones Bones. La prima: una copertina un po' kitsch che non invoglia di certo ad avvicinarsi al disco. Secondo: la traccia di apertura, una ballata troppo soft e troppo lunga che incenerisce gli zebedei. Una roba che, proprio a volerla inserire, sarebbe stata bene in fondo al disco. Ma bando alle quisquilie e andiamo avanti, perché la verità è che le due pessime decisioni di cui sopra non sono riuscite a inficiare la bontà di un disco che per la restante parte del tempo...sputa fuori preziose perle di profanissimo rock'n'roll come fossero bruscolini!

Stones of Revolution è un album di rock'n'roll dalle venature hard sanguigno e roccioso, di quelli che ti fanno scattare all'istante e ti spingono il culo in strada. Già, perché è la strada il posto adatto per gustarsi un disco così, pieno di brani anthems che sputano ritornelli sing-along a manetta mischiati egregiamente a generosi, ambiziosi e grezzissimi riff di chitarra.
Un disco d'altri tempi, che farà la felicità di tutti gli amanti del rock'n'roll di stampo 70s, di tutti quelli che hanno lasciato che la loro puntina girasse impazzita tra i solchi di Exile On Main Street e Let It Bleed dei Rolling Stones, Quadrophenia degli Who o uno qualsiasi dei primi tre album dei Black Crowes. Un rock'n'roll di estrazione blues e southern (basti ascoltare la bella Help Me, con tanto di fiati a saturare l'aria) che fa ballare e cantare regalando attimi di reale coinvolgimento emotivo. Nulla di nuovo sotto il sole, ma l'astro brucia di sano e scoppiettante rock'n'roll e si fa fatica a non rimanere bruciati.

Oltre alla già citata Help Me, vi consiglio di soffermarvi un giro su Out of SYNC,  che sembra l'ideale e mai tentato incesto tra gli Who dei primi anni '70 e le New York Dolls, All For The Money, con quel riff che sfiora la perfezione hard-blues, l'hard boogie-soul pericolosamente sexy di Lost Cause, la cavalcata Leave This City che frammenta membra e rinvigorisce il testosterone a suon di slide guitars e caldissimi riff blues, e Thinking About You, con la paletta d'ebano della chitarra che ringrazia sentitamente il dolce trattamento "richardsiano". Stones of Revolution è caldo e suadente come il sole di questa porca estate, e allo stesso tempo fresco e dissetante come una bella birra ghiacciata. Che andate cercando?



links:
thee jones bones
thee jones bones - facebook
il verso del cinghiale records
il verso del cinghiale - facebook

martedì 14 agosto 2012

The UFO club - The UFO club (Reverberation Appreciation Society, 2012) / full album #streaming

The UFO club (nome preso in prestito dal più famoso club londinese) è il progetto parallelo di Christian Bland (The Black Angels) e Lee Blackwell (Night Beats). I due hanno firmato il debutto lo scorso giugno, sfornando un buon 10" split con i Night Beats che ha fatto la gioia di tutti gli amanti della buona psichedelia.
Le onde sporche, fangose e acide di quel debutto (che ci regalava una improbabile quanto ben riuscita cover di Be My Baby, delle Ronettes) fendono ancora l'aria, ma i due compagni di sventure, evidentemente, non sono ancora sazi.

E allora eccoli qui, tornare a farci visita con un bel full-length fresco d'uscita pubblicato dalla Reverberation Appreciation Society, l'etichetta che fa riferimento all'Austin Psych Fest. Le 11 tracce che compongono l'album sono state registrate nell'estate del 2010 ai Laguna Studio di Austin, con la produzione e il contributo di Skyler McGlothlin degli Shape Have Fangs (band fantastica, autrice dell'ottimo Dinner in The Dark l'anno scorso). 

L'obiettivo del duo è quello di "ri-immaginare il pop degli anni 50 attraverso il prisma della psichedelia dei 60s e il lavoro combinato delle chitarre di Bland and Blackwell”.
Il risultato (che potete ascoltare per intero qua sotto) è un'orgia di psichedelia pop dal sapore vintage, romantico, afoso e sonicamente avventuroso. Garage, pop, psichedelia, rock, rockabilly e noise si fondono in un tutt'uno, tenuti insieme da tonnellate di fuzz e fiumi di lisergia malata. Un disco che val bene un'estate come questa, in viaggio verso il nulla con i finestrini abbassati (e affanculo l'aria condizionata) e la testa in acido. Enjoy it!

[parte del testo del post è una traduzione libera dell'articolo pubblicato ieri da Consequence of Sound]



links:
reverberation appreciation society

lunedì 6 agosto 2012

Superfreak - Top Evidences Against Evolution (Lepers Productions, 2012)

Il Superfreak è un tipo strano che viene da lontano, da sud: un tipo schivo, folle, solitario, estroso ed edonista fino al midollo. Nessuno sa che faccia abbia. È probabile che non ce l'abbia proprio, una faccia. Che l'abbia persa durante una delle sue interminabili serate freak a base di erbetta magica, birrette e cartoncini. Gira sempre da solo, col suo cane, e comunica solo attraverso la sua musica. Oddio, musica. Sarebbe più corretto dire quel miscuglio di uova strapazzate e vino acerbo che lui considera tale.

Qualunque cosa sia è una roba così importante, per lui, che ha pensato pure di farne un disco (che in realtà è il quinto, se si conta la collaborazione con il compagno di sventure e di etichetta Alexander de Large). C'ha infilato dentro un po' di tutto: ballate folk (Wednesday) bordate country-hardcore (Isn't Up To Me), siparietti folk violentati da una incontenibile frenesia rock'n'roll (la bellissima G Sus o B) e ballate folk lo-fi (Gong). E sarebbe già un sacco di roba, se non fosse che il Nostro è riuscito a tirar fuori pezzi veramente formidabili come Polysemic Fear of The Trueness, No Sugar Will Touch My Shiny Being e I Can Make It. La prima, un classico cow-punk che resuscita i Violent Femmes riuscendo a debitar loro omaggio e a uscirne fuori originale. La seconda, una delle cose più bizzarre che si siano ascoltate negli ultimi tempi, un folk punk schizofrenico che lambisce lidi metal trasudando epicità, basso ventre, classicità e attitudine da strada. La terza poi, un alternative country-rock zoppo, leggero e irriverente che penetra ossa e neuroni con una facilità disarmante.

Le note e le liriche di Top Evidences Against Evolution sguazzano allegre e ubriache in questo pantano di suoni e direzioni dove rivivono, piacevolmente alterati, Meat Puppets, Violent Femmes, Minutemen e Daniel Johnson. Il tutto concentrato in 14 canzoni della durata di appena 30 minuti (perché la sua vita corre veloce, all'impazzata, e le sue canzoni non potrebbero essere da meno) pubblicate dalla Lepers Production, una free netlabel di lebbrosi e gente poco raccomandabile, degli sbandati come lui.
Niente fronzoli, dunque, niente architetture barocche, ma solo un buon folk-punk folle e schizoide che scivola via veloce pestando piedi, triturando riff frenetici, ritmiche impossibili e liriche sconclusionate e regalandoci un'infinità di punti di vista sul rock'n'roll. E noi tiriamo un gran sospiro di sollievo. Perché la semplicità sa esser rivoluzionaria, e se la mischi con un po' di follia apriti cielo! Grazie Superfreak, torna presto a trovarci.


links:
superfreak
lepers productions

mercoledì 25 luglio 2012

Sebadoh - Secret EP / #streaming

No, va be', e ora che son tornati insieme pure i Sebadoh che diavolo facciamo? Organizziamo un mega festino per accogliere gli anni '90 che tornano a picchiare prepotentemente alla porta? Gli stendiamo un tappeto rosso? Oppure ci attrezziamo per "tirar fuori le palle", qui e ora, sfornando qualcosa che possa vagamente assomigliare a una parvenza di rock'n'roll degli anni '10?

In attesa di una risposta qualsiasi a una domanda di stomaco, forse pure mal posta, ascoltiamoci questo Secret EP, prima uscita discografica dei Sebadoh (Lou Barlow, Jason Loewenstein e un batterista nuovo di zecca, Bob D'Amico) da The Sebadoh, del 1999. Poi se ce la sentiamo possiamo pure sederci in contemplazione e aspettare che arrivi il nuovo album, previsto per l'inizio dell'anno prossimo. Ma possiamo anche fregarcene altamente! Insomma, fate vobis!

martedì 24 luglio 2012

Vacanza - Vacanza EP (La Fine/FalloDischi, 2012)

"Non facciamo musica convenzionale". Così mi si presentano i Vacanza, band ebolitana al suo esordio discografico, e mi accorgo subito che devo dar loro ragione. Cioè, ne abbiamo già ascoltate un sacco di cose come questa, per carità, ma a volte capita ancora che ti meravigli. Di cosa? Innanzitutto, del fastidio oculare che ti procura. Fastidio che, su Loud Notes, non vorrei ripeterlo milioni di volte, è indice di qualità sopraffina. Secondo, della maestria con la quale la band è riuscita a dar vita a una musica "fisicamente estenuante" che pesca dalla violenta intimità screamo e dalle dissonanze del noise rock e li cucina a suon di ritmiche post-hc. Una roba schizoide che trita timpani, stomaco e cervello, tira fuori il peggio che avete dentro e ve lo spiattella in fronte a suon di legnate secche e ben assestate.

Vacanza, registrato in presa diretta da Davide Amoresano (qui trovate tutte le info tecniche) e pubblicato dall'etichetta ebolitana La Fine in combutta con la napoletana FalloDischi, sputa ritmiche schizofreniche con vulcanica maestria, regala momenti emotional e tempeste soniche, urla folli che partono dal centro dello stomaco per colpire dritto al cuore, corpose e metalliche linee di basso che sostengono intrecci chitarristici frivoli e schizzati. Una cosa che sembra impossibile da sostenere. E che, infatti, lo è. Ma brilla e arde di una luce e un calore incontenibili che vi è impossibile resistere! L'apice? Sasso, per quanto mi riguarda, ma la scelta, qua dentro, è un esercizio ozioso. Molto meglio metter su l'EP e farcisi del male!
Cristo si è fermato ad Eboli, i Vacanza neanche per il cazzo! Piuttosto, la faranno esplodere. Ed è nostro dovere aiutarli.


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la fine
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domenica 22 luglio 2012

Nicotine Alley - Upstairs (Marvel Hill, 2012)

I Nicotine Alley sono un trio di origini padovane formato nel 2006 (questo è il loro secondo album dopo Steal Another Hour From The Night del 2009) da Paolo Mioni, già chitarrista dei Jennifer Gentle (Marco Fasolo ha registrato, coprodotto e suonato in Upstairs).
Quello che sta uscendo in questo momento dalle casse del vostro stereo (spero siate in macchina, con i finiestrini aperti, e che vi stiate godendo il viaggio) è un affresco di rock alternativo dal viso oscuro e sognante dove confluiscono le influenze più diverse. Neil Young potrebbe essere il padre putativo, ma l'albero genealogico è piuttosto lungo e intricato, includendo psichedelia 60s e 90s (My Bloody Valentine) paisley underground (Green On Red), blues, jazz, country, stoner e via discorrendo...

Dal power pop di Hey al rock blues di Going To The City l'album scorre via piacevolmente, complice una durata non eccessiva (eh sì, a volte conta pure quello!) e una manciata di pezzi che sorprendono con una acidità incredibilmente fresca e solare. La ballata These Fields of Grey, ad esempio, brilla di una luce particolare, portata in dote dalla dolce psichedelia pop della prima parte e dalla polvere (quasi) stoner del finale. Wax spara ad altezza uomo un ruvido concentrato di psichedelia condita da copiose manciate di rumore chitarristico, lasciando poi alla suite folk-punk dal feeling beatnik (bo, a me fa questa impressione!) e younghiano (vedi l'assolo) di The Man Whith A Hole In His Heart e alla conclusiva opera country-folk di More Than Alive il compito di chiudere le luci, i battenti e mandare tutti a dormire.

Upstairs non è il disco dell'anno, e forse risente di una ispirazione a tratti vacillante, certamente derivativa e quasi mai sopra le righe, ma ciò non toglie che, se lo prenderete per il verso giusto, potrà essere un buon compagno di viaggio. In attesa di una decisa botta di reni, questo offre la casa.



links:
nicotine alley
nicotine alley - facebook
marvel hill records

giovedì 19 luglio 2012

"Un altro lato di Bob Dylan" (ovvero come scrivere pseudo-invettive a vuoto per un pubblico di allocchi) / #loudnotes

Butto giù queste righe così, al volo, come risposta ad un (indecente) articolo apparso sul Fatto Quotidiano giusto stamattina. Firma: Andrea Scanzi. Oggetto: Bob Dylan. O meglio la recensione del live di Dylan a Barolo lunedì scorso e l'immortalità vera o presunta dello stesso. Una cosa che gli esce fuori sotto forma di pseudo-invettiva a vuoto, uno di quei pezzi di finto giornalismo intrisi di (finto)astio, finta informazione e vero qualunquismo che sembrano scritti unicamente per dare ossigeno alla penna.
Secondo le teorie da bar dello sport di Scanzi Bob Dylan, a parte «qualche fiammata estemporanea (Blood On The Tracks, il tour con la Rolling Thunder Revue, Oh Mercy)» è finito nel lontano 1966 con il famoso incidente d'auto a Woodstock (particolare da gossip che con la musica del nostro ha veramente poco a che vedere). Da allora è solo «un uomo che cerca sistematicamente di scappare da sé. Di autopunirsi"

A parte che definire un capolavoro come Blood On The Tracks "fiammata estemporanea" dovrebbe essere vietato dalla "Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche"; poi Scanzi dimentica un sacco di roba importantissima come John Wesley Harding (1967), Nashville Skyline (1969), New Morning (1970), Desire (1976), Time Out Of Mind (1997), Love and Theft (2001), Modern Times (2006), The Bootleg Series (pieni quest'ultimi di roba incredibilmente buona scritta anche dopo il '66). E poi, proprio a voler essere precisi, il menestrello rivoluzionario di cui tanto ciancia e prova nostalgia il nostro (loro) Scanzi è morto nel 1964, non nel 1966, e "l'altro lato di Bob Dylan", l'elettrico, rock, folle e oscuro poeta beatnik che è venuto dopo ci ha regalato capolavori inarrivabili della musica pop contemporanea quali Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde e, appunto, Blood On The Tracks. Con buona pace di Scanzi e degli allocchi che si berranno le sue boiate. 

E poi, per concludere 'sta sottospecie di editoriale, mica è colpa nostra se Scanzi si va a vedere un Dylan ormai 70enne aspettandosi che suoni some un freschissimo e agile 20enne! Si occupi piuttosto delle innumerevoli band e artisti di oggi che meritano attenzione, che a mettere a posto le reliquie nei musei ci pensiamo da noi!

Con simpatia

kaosleo


martedì 17 luglio 2012

CRTVTRgotoCHINA + Here It Comes, Tramontane! / #news #streaming

I genovesi CRTVTR (alias Cartavetro) (Cesare Pezzoni, Fabio Patrone, Giovanni Stimamiglio), a due anni di distanza da Never Use Records As Frisbees (split album con i Common Deflection Problems) e a tra dall'ep di debutto We Need Time Ep, ritornano con un nuovo progetto chiamato CRTVTRgotoCHINA e un nuovo album, Here It Comes, Tramontane!.

Il progetto CRTVTRgotoCHINA nasce dalla volontà della band di andare a calcare i palchi cinesi (una delle etichette che coproducono l’album è di quelle parti), conoscere e mettere in contatto realtà geograficamente opposte e creare una sorta di report/documentario sull'esperienza. La CAGA, gemella “cinematografica” di Brigadisco che da sempre segue i lavori dei CRTVTR, ha deciso subito di sostenere questo documentario in fase di promozione e di distribuzione.
Il tour è già organizzato (si parte a settembre 2012, per 15 giorni di concerti) e l’organizzazione per sviluppare il documentario è già a buon punto. Quello che manca è la liquidità in partenza per compiere l’impresa: 7500$.
Da qui l’idea: una raccolta fondi volta a finanziare (almeno nella parte iniziale) l’intera operazione. A questo punto vi chiederete: ma il donatore cosa ci guadagna da questa operazione? Semplice, a seconda della quota che verserà, avrà in omaggio (tra le varie cose) una copia del nuovo album, la possibilità di entrare gratis a determinati concerti della band e, soprattutto, l'ambito dvd contenente il documentario. In fondo alla pagina troverete i link fondamentali del progetto.

In contemporanea la band ha deciso di pubblicare, in anteprima sul suo Bandcamp (ma ve lo potete ascoltare comodamente qua sotto), l’intero nuovo disco in uscita a ottobre 2012, in modo da permettere a chiunque voglia effettuare una donazione (etichette, addetti ai lavori, ascoltatori, sostenitori filosofia DIY, gente comune, ecc…) di avere un’idea precisa di che cosa andrà a finanziare. Here It Comes, Tramontane! (questo il titolo dell'album) prende forma da umori post rock per sviluppare il suono su traiettorie in bilico tra indie rock e attitudine punk hardcore (alla quale appone il suo marchio di qualità l'inossidabile e indistruttibile Mike Watt). Sette pezzi densi di suono, energia ed emotività, dove le ritmiche intelligenti fanno da apripista ad originali drones e a voci completamente immerse in magmatici oceani di distorsione.


Allo stato attuale hanno scelto di promuovere e sostenere il progetto e il disco le seguenti etichette: Human Feather (Barcellona), Brigadisco (Latina), Hysm? (Taranto/Perugia), Lemming (Taranto), October Party (Pechino), DreaminGorilla Records (Savona), ecc. Anche Loud Notes ha supportato il progetto donando un suo piccolo contributo, e vi invita caldamente a fare altrettanto. DIY NEVER DIE!!!

links:
CRTVTR - facebook
CRTVTR - bandcamp
CRTVTRgotoCHINA - raccolta fondi
CRTVTRgotoCHINA - blog
brigadisco records

sabato 14 luglio 2012

Chelsea Light Moving - Groovy & Linda / #songs #streaming

Finalmente Thurston Moore torna a fare il giovane sonico (che poi tanto giovane non lo sia più, quella è un'altra storia)! Questa è la prima cosa che salta alla mente dopo aver ascoltato i due brani rilasciati nell'ultimo mese dai Chelsea Light Moving. E vi assicuro che è una bella sensazione!

Ma torniamo un attimo indietro. L'anno scorso, dopo la separazione (quella dalla moglie Kim Gordon e, conseguentemente, dei Sonic Youth) il nostro aveva pubblicato Demolished Thoughts, un album di folk oscuro e autunnale per chitarra, mandolino, arpa e violino... A distanza di poco più di un anno il caro Moore sembra essere tornato sui suoi passi, aver smesso i panni del novello Van Morrison de noantri (che per carità, tanto di cappello a zio Van, ma le sperimentazioni soniche di Moore, be', sono un'altra cosa) e aver deciso di rimbracciare e violentare la chitarra elettrica per farle sputare ancora un po' di quel lercio sangue sonico al quale ci aveva abituato negli ultimi venticinque anni o giù di lì.

Il risultato di questa decisione sono, appunto, i Chelsea Light Moving, un quartetto ben assortito nel quale troviamo Keith Wood (aka Hush Arbors), che si getta senza remore sull'altra chitarra, Samara Lubelski (Sonora Pine, Jackie-O Motherfucker) al basso e John Moloney (Sunburned Hand Of The Man) alla batteria. Il mese scorso il quartetto delle meraviglie ci aveva deliziato con l'ottimo esperimento anarco-sonico di Burroughs (la trovate qua sotto, a seguire), e ora eccoli tornare con questa Groovy & Linda (sul loro blog trovate la spiegazione della canzone): un pezzo che inizia ruffiano, lisciando il pelo all'ascoltatore con un alternative rock tutto sommato orecchiabile, salvo poi soffocarlo sotto tonnellate di fuzz e aggredirlo con una bordata noise-core che mette i brividi! A sentirli così, c'è di che ben sperare per il futuro. Attendiamo con ansia il full-length. Bentornato Thurston!



links:
chelsea light moving
matador records

venerdì 13 luglio 2012

The Dirty Streets - Movements (Kozmik Artifactz, 2011) / #review

'Sto disco qua è uscito l'anno scorso ma, almeno qui da noi, in pochi sembrano averlo calcolato sul serio. E vabbè che forse è un po' derivativo, ma che cazzo vi aspettavate, la rivoluzione da un disco di rock blues? Su, siamo seri: il disco è caldo e raggiante, puzza di marciume blues e hard rock ad un miglio di distanza, le melodie e la scorza hard sono ben dosate, le chitarre urlano come si deve sputando riff e assoli roventi e ben congegnati, la sezione ritmica è spaccasassi e la voce ha un buon mood hard-soul (un mix tra Dickie Peterson e Max Farner).

E allora? Che dire? Forse che il disco hard rock dell'anno (sto parlando di quel The Great Escape of Leslie Magnafuzz, dei Radio Moscow, che resterà pietra di paragone per chiunque voglia cimentarsi con la materia hard negli anni a venire) era uscito solo un paio di settimane prima e la scena era già occupata? Forse sì. Ma il vero problema di questo Movements secondo me è che...è uscito nel periodo sbagliato. Già, proprio così. Era novembre, avevamo l'autunno sul groppone, e questo è un disco che, nel senso migliore che possiate affibiare a questa frase, schizza estate da tutti i pori. Son sicuro che se fosse uscito qualche mese prima ci avrebbe risparmiato l'immeritato lecchinaggio diffuso a quella sciatteria di Pressure and Time dei Rival Sons.
E allora sotto a chi tocca hard-rockers dei miei coglioni: procuratevelo, piazzatelo nello stereo della macchina e fatevici male, quest'estate. In culo alle serate disco da riviera romagnola e all'impero della noia indie rock. 

Imperdibili: Felt, Fight You


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the dirty streets - bandcamp