mercoledì 21 dicembre 2011

Joe Lally - Why Should I Get Used To It (Dischord, 2011)

Website - Myspace - Dischord
Cazzo, questo mi era proprio sfuggito. Grave errore, perdere di vista il buon Joe Lally, già bassista degli immensi Fugazi e recentemente (causa pausa ingiustificata delle band madre) passato ad una prolifica attività solista. 
Già, un errore imperdonabile, perché dopo averci un po' annichilito con due precedenti lavori un po' troppo sperimentali e "concettualoidi" (There To There del 2006 e Nothing Is Underrated del 2008) lo zio Joe si è ripresentato alle orecchie del mondo con un piccolo gioiello di indie rock e post-hc che risponde al nome di Why Should I Get Used To It.

Coadiuvato in cabina di regia dalla chitarrista catanese Elisa Abela e dal batterista Emanuele Tomasi, Joe ha smussato un po' gli angoli e lavorato a fondo su melodie e ritmi (che si sono fatti più rock) per dare fiato alle sperimentazioni. E il risultato è piacevolmente sorprendente. What Makes You e, soprattutto, Nothing To Lose rimandano la memoria alle sonorità con le quali ci hanno lasciato i Fugazi (vedi Argument, del 2001): il suo basso è ancora super-presente, come un pennello gentile che disegna le melodie, ma la ritmica è accelerata e le chitarre più taglienti (vedi Nothing To Lose), e il tutto suona decisamente più rock.

Si torna su territori più sperimentali con Revealed In Fever, figlia di un flauto e una chitarra appena accennati che fanno da contrappunto alle sinuosità del basso e alle ritmiche quasi jazz della batteria. Continuano a calpestare lo stesso terrreno Let It Burn, un buon pezzo rock con chitarra noisy sullo sfondo poggiato su una ritmica quasi tribale e Philosophy For Insects, un piacevole esperimento di psichedelia noise su base slowcore.
Ma sembra che questa volta Joe non abbia voglia di perdersi in seghe mentali, e lo dimostra con la splendida title track, che ci accoglie a braccia aperte sulla seconda facciata del disco: il tiro è (indie)rock e la melodia azzeccata, e il tutto è rinforzato da una buona performance vocale, un basso sinuoso, e una chitarra che sa essere tagliente e dolce. Il pattern si ripete poco dopo, possibilmente migliorato e incattivito, con Coral and Starfish.

Un disco interessante, nel complesso, che si fa forte del solito basso sinuoso e pulsante del buon Joe accompagnato dai servigi di due buoni musicisti, e di un (finalmente raggiunto) buon livello di songwriting. Un disco in bilico tra rock e sperimentazione (la conclusiva Last of The Civilized rappresenta appieno l'equilibrio tra queste due anime) che rende finalmente giustizia al nome che porta in dote, quello di uno dei più grandi bassisti dell'epopea alternative.



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