domenica 17 aprile 2011

Bone Broke part 3

Dopo una lunghissima pausa rieccomi di nuovo qua per dare un seguito a "Bone Broke", il tributo in 4 atti alla musica degli White Stripes. Il terzo capitolo della storia è dedicato al quarto lavoro in studio della band di Detroit, Elephant, che vede la luce nel "lontano" primo di aprile del 2003.
The White Stripes giungono al quarto album dopo due anni di successi planetari e meritati riconoscimenti: White Blood Cells ha sfondato le classifiche di tutto il mondo, vendendo 900.000 copie nei soli Stati Uniti e il video di Fell In Love With A Girl, diretto da Michel Gondry, ha vinto ben 3 MTV Video Music Awards l'anno precedente; Jack è ormai un apprezzatissimo chitarrista, tanto da essere stato inserito da Rolling Stone nella classifica dei 100 miglior chitarristi di tutti i tempi (al 17esimo posto!). Le premesse per la consacrazione definitiva, quindi, ci sono tutte. Il resto ce lo mette l'Elefante, travolgendo ogni ostacolo con una grazia invidiabile.

Elephant viene registrato ai "Toe-Rag Studios" di Londra (nella foto qua sotto) dall'ingegnere del suono (e proprietario degli studios) Liam Watson, e viene prodotto dallo stesso Jack. Ed è un po' come rimettere i puntini sulle i, vista la fama dei Toe-Rag come patria del suono analogico e vintage in terra d'Albione. Come se non bastasse ciò, i due fratellini ci tengono a precisare che "no computers were used during the writing, recording, mixing or mastering of this record"! Capito? Mica nulla, per un gruppo nato all'alba del nuovo millennio!

Dal punto di vista musicale non vi sono grandi novità rispetto a White Blood Cells e ai primi due album, ma nonostante ciò il disco è tutt'altro che un passo falso. La vena compositiva di Jack, infatti, ha ormai raggiunto il suo apice, e l'album suona fresco e accattivante come pochi altri nel suo genere. L'ampliamento dello spettro compositivo che aveva caratterizzato il disco precedente viene qui ribadito e i pezzi vengono trattati come di consueto con robuste dosi di melodie pop. Rispetto al precedente, però, c'è una novità, che è poi un ritorno alle origini: il blues, che era stato messo in un angolo da White Blood Cells, torna a farla da padrone per una buona metà del disco. Elephant può quindi essere considerato come la somma di tutte le influenze mostrate nei lavori precedenti (blues, power-pop, rock'n'roll, punk, country, indie-rock, etc.), il disco che ha codificato una volta per tutte il sound delle Strisce Bianche marchiando a fuoco il rock del nuovo millennio. C'è quanto basta, quindi, a conferirgli lo status di "classico" all'interno della discografia della band. Ascoltiamocelo.  

Elephant parte alla grande con Seven Nation Army (il titolo è la storpiatura di "Salvation Army" che Jack faceva da ragazzino), perfetto brano rock dalla melodia irresistibile e primo fortunato singolo estratto dall'album. Bisogna tornare al 1991 e a Smells Like Teen Spirit per trovare un brano di apertura di un lp altrettanto fortunato. L'impatto di Seven Nation Army sull'asettico mondo musicale degli anni zero è enorme: nei mesi successivi all'uscita del singolo il brano fa terra bruciata, scalando le classifiche di tutto il mondo, ricevendo meritati premi (tra i tanti segnaliamo il Grammy 2003 come miglior canzone rock) e diventando ben presto il brano-sinonimo della musica delle Strisce Bianche. Ci vediamo il video ufficiale della canzone, diretto da Alexandre Courtès, altro piccolo capolavoro e coartefice del successo della canzone.


Il disco prosegue "a manetta" con Black Math, certamente il pezzo più garage-punk del lotto (e probabilmente dell'intera discografia dei nostri), un brano che sarebbe capace di scatenare il pogo anche tra i fan di Prince! Ce la vediamo nella versione da cardiopalma tratta da Under Blackpool Lights.


Poi c'è I Just Don't Know What To Do With Myself, cover in versione hard-pop di un pezzo di Kurt Bacharach (sfido chiunque a riconoscere l'originale), e secondo singolo estratto da Elephant. Anche qui, la storia della canzone è inestricabile da quella del video che la accompagna: sarà infatti proprio il videoclip (diretto da Sofia Coppola e con la splendida Kate Moss come protagonista), trasmesso in heavy rotation da MTV, a trascinare la canzone nelle vette più alte delle classifiche mondiali. Depurata dell'hype che le ronza intorno, I Just Don't Know... resta comunque un gran pezzo! Ce la ascoltiamo/vediamo qua sotto.


Si prosegue con In The Cold, Cold Night, bellissimo pezzo alt-country con Jack alla chitarra e Meg per la prima volta nella veste di lead vocal! Ce la ascoltiamo nella versione live tratta dall'ultimo album della band, Under Great White Northern Lights.


Qualche minuto più tardi, è il blues a riaffiorare tra le pieghe dell'album: dapprima in punta di piedi, con il country-blues di I Want To Be The Boy To Warm Your Mother's Heart, con accompagnamento di piano e assolo in slide, ormai marchio di fabbrica della chitarra di Jack...


...poi a suon di martellate, con lo splendido rhythm and blues in salsa hard di Ball and Biscuit, omaggio alla Chicago blues degli anni '50 e uno dei capolavori assoluti usciti dalla penna di Jack White. Si dice cha la canzone sia stata scritta direttamente in studio durante le sessioni di registrazione di Elephant, e che gli assoli (ben tre) siano il frutto di improvvisazioni fatte sul momento...


Non c'è un attimo di tregua, perché i fratellini sparano in successione un altro proiettile blues-punk nella forma di The Hardest Button To Button, terzo fortunatissimo singolo estratto da Elephant (e uno dei brani migliori dell'album, a mio parere). Ci vediamo il video ufficiale, un altro piccolo capolavoro di videomaking diretto ancora una volta dal regista Michel Gondry.


Inutile tirare il fiato, c'è Hypnotize, altro goiello punk'n'roll da spaccarsi le ossa, con una distorsione al vetriolo e una batteria semplice e precisa a fare da giusto contraltare alla furia chitarristica di Jack.


The Air Near My Fingers prosegue le danze con un dolce power-pop dalla melodia trita cervello, sostenuto dalle note sporche della chitarra e da un hammond che buca la scatola cranica facendo impazzire i neuroni.


C'è ancora tempo per saltare, con il rock'n'roll demoniaco di Girl, You Have No Faith In Medicine, che fuga ogni dubbio sugli intenti mainstream del duo di Detroit. Ci si rilassa, alla fine, con il country di It's True That We Love One Another, condito da un testo scherzoso che fa riferimento all'eterno quanto inutile dibattito sul legame di parentela che lega Jack e Meg.

Un gran disco, insomma, che resta tale anche se depurato di tutto l'hype e del pattume mediatico che lo ha travolto; un disco che dura nel tempo, uno di quelli destinati a rimanere per sempre inciso negli annali del rock! 


Continua...

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