sabato 26 febbraio 2011

Ai signori della guerra / #loudnotes

Salve a tutti!

In attesa di tornare a violentarvi i timpani con la seconda parte di "Bone Broke", e mentre fuori spirano forti i venti di una nuova guerra umanitaria, Loud Notes vi propone una canzone e una dedica.
Vorrei dedicare questo pezzo ai Gheddafi di ieri e di oggi, e a tutti quelli che governano popoli con la forza; ai difensori dei diritti umani a giorni alterni, che gridano indignazione con voce afona e mano armata, occultando relazioni decennali e trattati imbarazzanti; a quel potere arrogante che arma mani insanguinate e poi sanziona e bombarda senza provare vergogna; a chi fabbrica, vende, e fa affari sul sangue delle persone; ai profeti dell'intervento, ai signori della guerra...

La canzone oggetto della dedica è Masters Of War di Bob Dylan (The Freewhellin' Bob Dylan, 1963). Si tratta, secondo chi scrive, della più bella canzone contro la guerra mai incisa su disco (insieme alla Guerra di Piero di Fabrizio De André), composta dal più grande paroliere (poeta?) del '900. Dispiace quasi di dover dedicare una così bella canzone a cotanta umana bassezza; tuttavia, è proprio per questo scopo che è stata composta (il testo originale lo trovate qua sotto; qui invece la traduzione in italiano); e, comunque, ce la sentiamo noi, loro crepino pure!
Essendo introvabile l'originale (la Sony, l'etichetta di Dylan, è uno dei più severi sceriffi del copyright), ce la ascoltiamo nella versione, pure bellissima, suonata dai Pearl Jam al David Letterman Show (NB: i versi finali sono invertiti rispetto alla versione originale). 
Buon ascolto!


Come you masters of war
You that build all the guns
You that build the death planes
You that build the big bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks

You that never done nothin'
But build to destroy
You play with my world
Like it's your little toy
You put a gun in my hand
And you hide from my eyes
And you turn and run farther
When the fast bullets fly

Like Judas of old
You lie and deceive
A world war can be won
You want me to believe
But I see through your eyes
And I see through your brain
Like I see through the water
That runs down my drain

You fasten the triggers
For the others to fire
Then you set back and watch
When the death count gets higher
You hide in your mansion
As young people's blood
Flows out of their bodies
And is buried in the mud

You've thrown the worst fear
That can ever be hurled
Fear to bring children
Into the world
For threatening my baby
Unborn and unnamed
You ain't worth the blood
That runs in your veins

How much do I know
To talk out of turn
You might say that I'm young
You might say I'm unlearned
But there's one thing I know
Though I'm younger than you
Even Jesus would never
Forgive what you do

Let me ask you one question
Is your money that good
Will it buy you forgiveness
Do you think that it could
I think you will find
When your death takes its toll
All the money you made
Will never buy back your soul

And I hope that you die
And your death'll come soon
I will follow your casket
In the pale afternoon
And I'll watch while you're lowered
Down to your deathbed
And I'll stand o'er your grave
'Til I'm sure that you're dead

giovedì 17 febbraio 2011

New Italian Rock, ovvero l'anti-sanremo / #loudnotes

Qualche sera fa - secondo un triste copione che si ripete da ormai 61 anni - è iniziato il Festival di Sanremo. E io, sfruttando la grassa occasione, sono uscito a bere una birra. Cosa che farò sino alla sua conclusione... E non spenderò neanche una parola per raccontare la storia del festival della canzoncina idiota italiana, per la quale, daltronde, val bene un Mollica qualunque di un tg servo qualunque...
L'unica cosa che mi sento di spendere per questa occasione (a parte i soldi per la birra, ovviamente!) sono i versi di Cirano, di Francesco Guccini, con i quali vorrei riempire il mio personale "tributo" al festival: "...buffoni che campate di versi senza forza, avrete soldi e gloria, ma non avete scorza"!

Loud Notes torna (leggermente rinnovato) in pieno delirio nazional-popolare, per raccontare una storia diversa da quella di Sanremo: una storia fatta da band VERE, che solcano testardamente i palchi di tutta Italia (e non solo) per portare in giro la propria musica. Una storia interessante con una colonna sonora importante, che profuma di arte e rifugge lo squallido intrattenimento televisivo, vivendo di vita propria (di spinte non ne prende, ne da!). Una storia fatta di piccole-grandi case discografiche che si sbattono per pubblicare e far circolare musica su tutto il suolo italico. Una storia scritta dai suoi protagonisti (non è scontato), che continuano a resistere all'ombra dei grandi palchi innalzati a tavolino.

Questo post è dedicato a chi si è rotto i coglioni dell'inquinamento mediatico generato dal festival, che insieme ai rifiuti del puttanaio presidenziale sta rendendo l'aria irrespirabile; a chi ama la buona musica, e non si accontenta delle marionette vestite a festa del trash nazional-popolare italiano; a chi, questa come altre sere, ha rifiutato la televisione ed è uscito a bere una birra. E, naturalmente, a tutte le band citate (e non) in questo post, alle case discografiche che le pubblicano e a tutti quelli che rendono possibile e credibile una scena musicale diversa. Un New Italian Rock, per parafrasare Wu Ming 1, in grado di rivaleggiare a mani basse con quello d'oltremanica o d'oltreoceano e di cambiare i connotati al tempo che viviamo: come diceva il buon vecchio Platone"Quando la musica cambia, i muri della città tremano". Let's Rock!

Iniziamo questa selezione di rock italico con i B-Back, garage band senese fondata da Madison Wheeler (alias Michele Landi), batterista-cantante e storica conoscenza del rock'n'roll made in Italy (Pikes In Panic, i Barbieri, Ray Daytona & The Googoobombos). Questa è la splendida We Wanna Be There, un pezzo tratto dal loro terzo lavoro Experiment In Colour, uscito nel 2009 per l'etichetta discografica pisana "Area Pirata".



Proseguiamo con i Glitterball, da Pescara, una delle migliori promesse (mantenute) dell'alternative rock nostrano. Il duo è reduce da un bellissimo album d'esordio (Glitterball) uscito due anni fa, e sta per dare alla luce (il 21 febbraio prossimo) il secondo lavoro We Couldn't Have Dreamed It. A pubblicarlo è l'etichetta napoletana "Seahorse Recordings". In attesa di ascoltare l'intero disco, regaliamoci questa In A Rain Of Rainbows.



La terza band che Loud Notes vi propone può essere identificata con un terremoto, il più grande subito dal rock italiano da un bel po' di tempo a questa parte: sto parlando de Il Teatro Degli Orrori, supergruppo tutto nostrano formato da Pierpaolo Capovilla (voce), Francesco Valente (batteria) e Giulio Favero (basso) (in seguito sostituito da Tommaso Mantelli e Nicola Manzan) dei mitici One Dimensional Man, e Giornata Mirai (chitarra), dei Super Elastic Bubble Plastic.
I due album Dell'Impero Delle Tenebre (2007) e A Sangue Freddo (2009), usciti entrambi per l'etichetta "La Tempesta", rientrano a tutto diritto nella classifica dei miglior dischi di sempre del rock italiano. Tratta dall'ultimo album al quale da il nome, ci ascoltiamo l'ormai immortale A Sangue Freddo



Continuiamo il nostro viaggio attraverso il NIR con gli OJM (anche su www.ojm.it/), dalla provincia di Treviso: la miglior band di stoner rock al mondo, praticamente, complici due album incendiari come Under The Thunder (2007) e Live In France (2009)! Questa invece è I'll Be Long, tratta dall'ultimo lavoro della band, Volcano, uscito lo scorso settembre per la "Go Down Records".



Proseguiamo il nostro viaggio con i Mojomatics, garage band veneziana che ha stupito un po' tutti, due anni fa, col bellissimo Don't Pretend That You Know Me, terzo capitolo di una saga di livello sempre elevato. Qui ci ascoltiamo (in attesa del nuovo disco di prossima uscita) Don't Believe Me When I'm High, singolo che da il titolo all'ultimo 7" dei veneziani, uscito nel 2009 per l'etichetta danese "Bad Afro Records".



NIR continua a violentarvi i timpani con i garage rocker romagnoli The Last Killers, reduci da Violent Years (bella questa!), il fantastico album d'esordio pubblicato l'anno scorso. Purtroppo youtube non abbonda di video che riescano a documentare al meglio la potenza della band, però potete sempre ascoltarvi qualche pezzo sul loro myspace, o... comprarvi l'album sul sito della "Go Down Records", l'etichetta che li pubblica (i 10 euri meglio spesi dell'ultimo mese).

I Black Friday sono un duo blues-core (passatemela!) formato da Adriano Viterbini alla chitarra (chitarrista-cantante dei Bud Spencer Blues Explosion) e Luca Sapio alla voce (cantante dei Quintorigo). I nostri sono autori di uno splendido album d'esordio, Hard Times, pubblicato l'anno scorso per l'etichetta "Ali Buma Ye! Records". Qui di seguito ci ascoltiamo Death Letter, classico blues nato dalla penna di Son House, già coverizzata qualche anno fa da un'altro grande duo.



Il nostro viaggio attraverso il NIR si conclude qui. Vi lascio con Le Luci Della Centrale Elettrica, moniker sotto al quale si cela il cantante e chitarrista ferrarese Vasco Brondi, una delle penne e delle voci più credibili degli anni zero all'amatriciana. Le Luci hanno all'attivo due album: Canzoni Da Spiaggia Deturpata (2008), e Per Ora Noi La Chiameremo Felicità (2010), entrambi pubblicati dall'etichetta "La Tempesta". Questa è Quando Tornerai Dall'Estero, tratta dall'ultimo album, con la quale auguro una buona serata (senza Sanremo) e una buona birra a tutti!

lunedì 14 febbraio 2011

Radiohead New LP "The King Of Limbs"

Ti svegli, accendi il computer, ed ecco la notizia che non ti aspettavi...è uscito il nuovo disco dei Radiohead, The King Of Limbs, "the world's first Newspaper Album (perhaps)", come dichiarano i nostri sul sito di lancio della nuova release. L'LP è ordinabile, nella sua versione "newspaper" e nella versione digitale, a questo link. La versione fisica sarà resa disponibile a partire dal 9 maggio prossimo, ma sarà possibile accedere al download già dal 19 febbraio.
Enjoy it!

domenica 13 febbraio 2011

Bone Broke part 1

Salve a tutti!

Accantonata la presentazione del blog e il doveroso benvenuto, eccomi qua per inziare a riempire Loud Notes con un po' di sano rumore. 
Quando mi è venuta l'idea del blog, qualche settimana fa, pensavo che avrei sicuramente iniziato con la recensione di un disco d'esordio che mi era particolarmente piaciuto (che comunque arriverà a giorni). Poi la settimana scorsa una notizia ha sconvolto i miei piani, spingendomi ad iniziare con un necessario e doveroso epitaffio. 

Già, perché il 2 febbraio scorso una delle band più rappresentative degli ultimi 15 anni ha annunciato lo scioglimento, e non restava altro che dedicargli l'apertura di Loud Notes (l'ho già fatto tra le righe del post di benvenuto, e sono sicuro che qualcuno - almeno uno - se ne è accorto). Sto parlando di Jack and Meg White, a.k.a. The White Stripes!!!

Non è assolutamente mia intenzione tediarvi con l'intera storia della band dagli albori allo scioglimento, anche perché rischierei di scrivere qualcosa che altri hanno già scritto (ondarock, allmusic, wikipedia, e chissà quanti altri), e i doppioni non mi sono mai piaciuti!
Quello che vorrei fare, invece, è far parlare la musica, ripercorrendo i 14 anni di carriera dei nostri attraverso alcuni dei loro pezzi più significativi. Il compito non è dei più semplici, e data la mole di pezzi indimenticabili scritta da Jack & Meg, dividerò questo mio omaggio in 4 puntate; inoltre, per non monopolizzare l'attenzione del blog su un solo artista per troppo tempo, e dare l'opportunità di interiorizzare le canzoni, cercherò di spalmare le 4 puntate in un mese, intervallandole con posts di contenuto diverso.

Be', non resta che iniziare: aprite bene le orecchie, alzate il volume e... Enjoy it!

I White Stripes nascono a Detroit nel 1997, e pubblicano il loro primo singolo per la piccola etichetta Italy Records nel febbraio 1998: si tratta di Let's Shake Hands/Look Me Over Closely, stampato su vinile con una tiratura di 1000 copie. Le Striscie Bianche si presentano al mondo della musica con una miscela di garage-punk urticante in salsa lo-fi, che poco concede alla radiofonicità, e un'estetica imperniata su tre colori base: il bianco, il rosso e il nero.

  

Il terzo singolo dei nostri, The Big Three Killed My Baby, esce nel marzo 1999, e segna il passaggio della band alla Sympathy For The Record Industry, di Long Gone John; il cambio di etichetta non sposta di un millimetro l'asticella piantata dai fratelli White, che proseguono il proprio percorso artistico con un blues-punk di chiara matrice Stooges-Gories (Detroit pesa una tonnellata!) che scortica i timpani. Il testo della canzone è un attacco contro lo sfruttamento del lavoro compiuto dalle maggiori case automobilistiche americane durante gli anni '60 e '70, e costituirà, almeno fino all'ultimo album Icky Thump, l'unica canzone "politica" scritta da Jack White.  

 

Il 1999 è anche l'anno dell'esordio su LP, con l'album The White Stripes. Il disco viene registrato interamente (e si sente) nel garage di Jack, e prodotto dallo stesso Jack con la collaborazione di Jim Diamond, produttore ed ex membro dei The Dirtbombs, con una strumentazione volutamente vintage.  The White Stripes (dedicato alla memoria di Son House, grande bluesman degli anni '30 ed eterna fissazione di Jack) ci regala, oltre alla già citata The Big Three..., altri pezzi significativi quali il garage blues di Jimmy The Exploder; il blues-punk sghembo di Astro, Broken Bricks, When I Hear My Name Screwdriver, da segnalare quest'ultima come la prima canzone scritta dal duo; Do (qui sotto in versione live), dalla quale emerge la vena pop (malata, di scuola Velvet Underground) delle Strisce Bianche; Sugar Never Tasted So Good, che riporta in vita gli Zeppelin più esoterici, riducendoli all'osso; e I Fought Piranhas, lo slide-blues con la quale i nostri chiudono più che degnamente il disco (qua sotto nella versione di Jack White, tratta dal documentario It Might Get Loud). L'LP contiene anche tre cover: Stop Breakin' Down, del grande bluesman Robert Johnson (irriconoscibile), il tradizionale St. James Infirmary Blues e One More Cup Of Coffee del menestrello Dylan




La sensazione generale è quella di un disco abrasivo, sporco, tagliente e profondo, blues nell'anima e punk nella forma. L'approccio è volutamente lo-fi, con la batteria ossessiva di Meg presa in prestito a Maureen Tucker, una chitarra capace di profondità blues e sferragliate punk, e una voce tirata e stridula che sembra uscire dal fondo di una cantina. The White Stripes si presentano così, con un disco-manifesto che prende a calci le grandi produzioni, tuffandosi a capofitto nel pantano blues del Delta del Mississipi, sotto braccio a Stooges e Zeppelin. Se il buon giorno si vede dal mattino... 

Continua...

giovedì 10 febbraio 2011

Primus, reunion e tour

A quasi 12 anni dall'ultimo disco in studio (Antipop, del 1999) i Primus, band capitanata dal vulcanico bassista Les Claypool, tornano insieme per un nuovo album (che dovrebbe vedere la luce nella prossima primavera) e un tour. 
Il tour, che vedrà riunita sul palco la prima formazione dei Primus (Les Claypool al basso, Larry LaLonde alla chitarra e Jay Lane alla batteria) toccherà con due date anche il nostro paese:
26 giugno - Festival "Dieci Giorni Suonati" di Vigevano
27 giugno - Roma, Atlantico Live (ex Palacisalfa)
I biglietti sono ufficialmente in vendita da questa mattina, al prezzo di 41 euri. 
Io vado. Chi si unisce?

mercoledì 9 febbraio 2011

Death Letter / #loudnotes

Salve a tutti! E benvenuti a lorsignori!
Finalmente, dopo una settimana di travaglio e grazie all'aiuto prezioso di Bin e Trish, il blog più rumoroso del web è pronto a prendere il largo.
Cosa dovete aspettarvi da Loud Notes? Musica (rumore, in realtà), innanzitutto e sopra ogni altra cosa, che questa è la sua principale ragion d'essere. Punk, Hardcore, Garage Rock, Rock'n'Roll, Psychedelic Rock, Grunge e Hard Rock soprattutto, ma anche Alternative Rock, Reggae, Ska, Jazz, Blues, Funk, Metal, Stoner Rock... l'idea sarebbe quella di coprire, in un modo o nell'altro (anche se, ovviamente, in maniera non sistematica) tutti i generi musicali che hanno fatto (e fanno) grande la musica popolare. Recensioni, informazioni dal mondo della musica, live reports, editoriali, approfondimenti... Loud Notes sarà tutto questo e tanto altro.

I limiti del blog? Prima di tutto quello imposta dalla "decenza": come ho già scritto altrove, se state cercando il nuovo disco di Vasco Rossi, la canzone della pubblicità della vostra macchina preferita o un po' di gossip sulla nuova star del momento, be', allora avete decisamente sbagliato posto... dovreste piuttosto tenervi alla larga da Loud Notes!!! Secondo, e venendo alle cose serie: Loud Notes non ha in alcun modo la pretesa di essere esaustivo. Si tratta, prima di tutto e soprattutto, di un blog che nasce dalla passione per la musica e dalla fame di nuovi ascolti del suo ideatore. È di quella passione, e del tempo che potrò ragionevolmente mettere a sua disposizione, che si nutre il blog. Non caricatelo di troppe aspettative dunque, dategli il peso che merita (che è meno di quello che state pensando in questo momento) e godetevelo fino in fondo!

Un'ultima precisazione è d'obbligo. Cosa significa "musica innanzitutto"? Che ci sarà dell'altro che esula dall'ambito musicale? Be', SI, mettetelo in conto: mi ritengo un animale sociale e un essere pensante, ho le mie idee sul mondo (che non vendo al miglior offerente, com'è di moda in questo paese) e a volte sento la necessità di esprimerle, di condividerle e di utilizzarle insieme ad altri come leva di cambiamento sociale ("La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione", diceva il grande Giorgio Gaber). Loud Notes è, dunque, un blog profondamente politico (anche se autonomo da qualsivoglia formazione politica), partigiano e tendenzialmente anarchico. Prendere o lasciare!

Be', ho già scritto e divagato troppo... Alzate il volume e... enjoy!